Ci sono carriere cinematografiche che sembrano seguire una linea retta: un attore diventa famoso, accumula successi e continua a essere una star per decenni.

E poi c'è John Travolta.

La sua carriera è una delle più spettacolari montagne russe della storia di Hollywood. In pochi anni passò dall'essere un giovane attore televisivo praticamente sconosciuto al diventare una delle più grandi star del pianeta. Poi, altrettanto rapidamente, perse gran parte del proprio potere commerciale. Per anni Hollywood sembrò non sapere più cosa farsene di lui.

E infine, nel 1994, Quentin Tarantino fece qualcosa che all'epoca sembrava quasi folle: prese un attore che l'industria aveva sostanzialmente smesso di considerare una certezza e gli affidò uno dei personaggi più memorabili di Pulp Fiction.

Il risultato fu una delle più clamorose resurrezioni della storia del cinema americano.

Ma per capire quanto fosse improbabile il ritorno di Travolta bisogna tornare all'inizio.

Quando entrò nel cast di Welcome Back, Kotter, Travolta era ancora un giovane attore in cerca della grande occasione. Il personaggio di Vinnie Barbarino, il ragazzo italoamericano spaccone degli "Sweathogs", lo trasformò rapidamente in un volto riconoscibile della televisione americana.

Ma Travolta non aveva intenzione di rimanere per sempre una star televisiva.

Nel frattempo era arrivato il cinema.

Nel 1976 Brian De Palma lo aveva scelto per Carrie. L'anno successivo arrivò Saturday Night Fever.

E lì accadde qualcosa di enorme.

Travolta non era più semplicemente un attore televisivo di successo. Divenne un fenomeno culturale.

Tony Manero trasformò il giovane Travolta in un'icona della disco music, della moda e della cultura pop. La sua immagine con il completo bianco e la camminata sulla pista da ballo divenne una delle fotografie simbolo degli anni Settanta.

Poi arrivò Grease nel 1978.

Danny Zuko consacrò definitivamente Travolta come superstar internazionale. Il film fu un fenomeno e la coppia formata da Travolta e Olivia Newton-John entrò nell'immaginario collettivo.

A quel punto la situazione era paradossale.

Travolta era ancora impegnato con Welcome Back, Kotter, ma ormai il suo futuro era chiaramente al cinema. Lasciò la serie mentre la sua carriera cinematografica stava decollando e, nel 1980, arrivò Urban Cowboy.

Il film fu un successo commerciale e culturale. Travolta interpretava Bud Davis, un giovane texano immerso nella cultura dei locali country, dei cappelli da cowboy e dei tori meccanici. Il film contribuì persino a rafforzare la moda western negli Stati Uniti. Il Los Angeles Times lo descrisse come un successo capace di generare una vera tendenza culturale.

Nel giugno di quell'anno Travolta lasciò anche una delle immagini più simboliche della sua ascesa: le impronte delle mani e dei piedi al Grauman's Chinese Theatre.

Aveva 26 anni.

Era una delle più grandi star di Hollywood.

E sembrava che il futuro fosse suo.

Poi arrivò Blow Out.

Diretto nuovamente da Brian De Palma, il film del 1981 era un thriller sofisticato e oscuro. Travolta interpretava Jack Terry, un tecnico del suono che registra accidentalmente qualcosa che non avrebbe dovuto sentire.

Oggi Blow Out è considerato da molti uno dei grandi film di De Palma e una delle migliori interpretazioni di Travolta. Ma al cinema fu un fallimento commerciale.

E questo fu soltanto l'inizio.

Travolta si trovò progressivamente intrappolato in una situazione difficile: aveva già raggiunto un livello di fama enorme, ma i film successivi non riuscivano a mantenere quella combinazione di successo commerciale e impatto culturale che aveva caratterizzato Saturday Night Fever, Grease e Urban Cowboy.

Nel 1983 tornò nei panni di Tony Manero con Staying Alive, sequel di Saturday Night Fever diretto da Sylvester Stallone.

La critica lo massacrò.

Ma qui bisogna fare una correzione importante rispetto a una leggenda molto diffusa: non fu un flop al botteghino.

Il film fu un successo commerciale, con incassi mondiali intorno ai 150 milioni di dollari. Il problema era un altro: la critica lo considerò un prodotto molto inferiore all'originale.

Nello stesso periodo Travolta tornò a lavorare con Olivia Newton-John in Two of a Kind, una commedia romantica che ebbe un'accoglienza decisamente più fredda.

Poi arrivò Perfect, nel 1985, con Jamie Lee Curtis.

Ancora una volta, il film non riuscì a rilanciare Travolta come protagonista di primo piano.

E mentre la sua carriera rallentava, altri attori cominciavano a occupare lo spazio che Hollywood sembrava aver riservato a lui.

Il caso più clamoroso fu Richard Gere.

Travolta rifiutò American Gigolo, il film che nel 1980 avrebbe contribuito a trasformare Gere in un sex symbol internazionale. Secondo Travolta, il suo rapporto con il regista Paul Schrader era diventato talmente difficile da spingerlo a rinunciare al progetto.

Due anni dopo arrivò An Officer and a Gentleman.

Travolta rifiutò anche quello.

Gere accettò.

Il film diventò uno dei grandi successi del 1982 e contribuì ulteriormente alla sua consacrazione.

Guardando la storia a posteriori, sembra quasi una beffa del destino.

Due ruoli rifiutati da Travolta finirono a Richard Gere e contribuirono a costruire la carriera di Gere negli anni Ottanta.

Ma bisogna evitare di trasformare questa storia in una semplice favola del tipo "Travolta era stupido e Gere fu fortunato".

Le ragioni erano più complesse.

Travolta stesso ha spiegato che le sue decisioni non erano sempre dovute alla paura o alla scarsa capacità di giudizio. Per An Officer and a Gentleman, per esempio, raccontò di aver preferito in quel periodo la propria vita personale e la passione per il volo.

Il problema vero fu che, mentre Travolta perdeva progressivamente slancio, Hollywood diventava sempre meno interessata a costruire film attorno a lui.

E questa è la parte più brutale del sistema delle star.

Hollywood non ti considera una star perché lo sei stato.

Ti considera una star finché il mercato dimostra che lo sei ancora.

Alla fine degli anni Ottanta Travolta riuscì almeno a ottenere una nuova finestra di popolarità grazie a Look Who's Talking.

Il film del 1989, costruito sulla voce interiore di un neonato, fu un successo enorme e generò due sequel.

Ma non era il tipo di film che Travolta aveva bisogno di realizzare per dimostrare di essere tornato artisticamente al livello di Saturday Night Fever o Blow Out.

Era un successo.

Non era ancora una resurrezione.

E poi arrivò Quentin Tarantino.

Nel 1993 Travolta era in una situazione completamente diversa rispetto a quindici anni prima.

Non era più il ragazzo che Hollywood inseguiva.

Era un attore che aveva avuto un enorme successo, poi era caduto, poi aveva trovato un nuovo pubblico attraverso una commedia commerciale.

Tarantino, invece, era un regista emergente con una visione completamente diversa del cinema americano.

E voleva Travolta.

Non voleva una versione aggiornata della star degli anni Settanta.

Voleva John Travolta.

Tarantino era convinto che Travolta fosse perfetto per Vincent Vega, il killer professionista che insieme a Jules Winnfield deve recuperare una valigetta per Marsellus Wallace.

Il personaggio aveva una caratteristica particolare: era violento, ma allo stesso tempo assurdo, rilassato, infantile e stranamente affascinante.

Era esattamente il tipo di ruolo nel quale il passato cinematografico di Travolta poteva essere trasformato in qualcosa di nuovo.

Tarantino e Travolta si incontrarono.

Il regista arrivò persino a coinvolgere l'attore in serate in cui giocavano a giochi da tavolo ispirati ai film e ai programmi televisivi che avevano segnato la carriera di Travolta. In quel periodo Tarantino stava sviluppando sempre più chiaramente l'idea di costruire il personaggio di Vincent Vega intorno a lui.

E c'era un'altra componente fondamentale.

Il compenso.

Travolta accettò di lavorare per una cifra sorprendentemente bassa rispetto a ciò che avrebbe richiesto una superstar affermata. Secondo il Washington Post, ricevette 150.000 dollari per Pulp Fiction.

Ma questa volta il basso compenso non rappresentava la misura del suo valore.

Rappresentava la situazione in cui si trovava.

Travolta aveva bisogno di un film che lo riportasse alla qualità cinematografica che aveva avuto in passato. Lo disse lui stesso: Look Who's Talking aveva avuto successo, ma non era al livello dei film che aveva fatto nella sua prima grande stagione hollywoodiana. Aveva bisogno di qualcosa di diverso.

E Tarantino gli diede quella possibilità.

Quando Pulp Fiction arrivò al Festival di Cannes nel 1994, qualcosa cambiò immediatamente.

Vincent Vega non era Tony Manero.

Non era Danny Zuko.

Non era Bud Davis.

Ma era ancora John Travolta.

Il suo modo di muoversi, parlare, ballare e reagire alle situazioni trasformò Vincent in un personaggio iconico.

La scena del ballo con Mia Wallace diventò una delle sequenze più riconoscibili degli anni Novanta e, ironicamente, riportò Travolta proprio dove era stato quindici anni prima: al centro della cultura pop.

Ma questa volta non grazie a un musical o a una commedia romantica.

Grazie a un film violento, cinico, non lineare e completamente fuori dagli schemi.

Travolta ottenne una nomination all'Oscar come miglior attore protagonista.

La sua carriera era rinata.

E improvvisamente Hollywood tornò a considerarlo una star.

Arrivarono Get Shorty, Broken Arrow, Phenomenon, Face/Off, Primary Colors e altri progetti importanti. Roger Ebert osservò che la carriera di Travolta sembrava quasi essere composta da una serie di resurrezioni successive: prima Welcome Back, Kotter, poi Saturday Night Fever, Grease, Urban Cowboy, quindi il lungo periodo di declino e infine Pulp Fiction.

La storia di John Travolta è quindi molto più interessante della semplice formula "star caduta e poi tornata".

È la storia di un attore che arrivò in cima troppo presto.

A 24 anni aveva già interpretato due film che avevano definito un'epoca.

A 26 era una delle più grandi star del pianeta.

Poi Hollywood scoprì che nessuno rimane automaticamente al vertice.

Travolta commise errori. Alcune delle sue scelte si rivelarono disastrose. Alcuni film non funzionarono. Alcuni ruoli che rifiutò diventarono successi per altri attori.

Ma non scomparve mai completamente.

E quando arrivò Tarantino, Travolta possedeva ancora qualcosa che non poteva essere misurato dal box office degli anni precedenti: il talento, il carisma e una memoria collettiva potentissima.

Tarantino capì che quella vecchia star non era morta.

Era semplicemente rimasta inutilizzata.

Gli bastò cambiare il contesto.

John Travolta non aveva bisogno di diventare qualcun altro.

Aveva bisogno di trovare il film giusto.

E Pulp Fiction fu quel film.

Nel 1994, con un compenso di appena 150.000 dollari, l'attore che Hollywood aveva quasi smesso di considerare una certezza tornò a essere una superstar.

A volte una carriera non finisce quando il pubblico smette di vederti.

A volte sta semplicemente aspettando qualcuno abbastanza folle da vederti di nuovo.

Cesio Endrizzi