Il paradosso di Scooby-Doo, uno dei franchise più longevi e redditizi della storia dell'animazione, è che proprio il suo personaggio più iconico, l'alano fifone dalla parlata farfugliata, costituisce il limite invalicabile per qualsiasi tentativo di ringiovanire o corrompere il brand per un pubblico adulto. Mentre i membri umani della Mystery Inc. possono essere invecchiati, sessualizzati o gettati in incubi distopici, la Warner Bros. ha imposto una regola ferrea, quasi una clausola di salvaguardia psicologica: il cane non si tocca. La ragione di questo tabù non è solo una questione di buon gusto, ma una precisa strategia di marketing, che vede nell'immagine di Scooby-Doo un patrimonio di famiglia da preservare intatto, al riparo dalle contaminazioni del linguaggio scurrile e della violenza che invece possono essere concesse agli attori umani del suo universo.
La storia recente del franchise è, sotto questo aspetto, un susseguirsi di tentativi di emancipazione dalla formula family-friendly, tutti puntualmente rientrati o sterilizzati. Il caso più emblematico è quello del film live-action del 2002, sceneggiato da James Gunn con l'ambizione di realizzare una commedia per adolescenti dal piglio irriverente, sul modello di Austin Powers . La sceneggiatura originale, che giocava con le dinamiche del gruppo e conteneva battute esplicite sull'uso di marijuana da parte di Shaggy e persino un bacio tra Velma e Daphne, era stata concepita per un rating PG-13 . Lo studio, tuttavia, dopo i test screening che rivelarono un pubblico più giovane del previsto, impose tagli pesanti: i decotti delle attrici furono rimossi digitalmente, il linguaggio venne addolcito e la pellicola fu ricondotta a un più rassicurante rating PG, sacrificando la visione di Gunn sull'altare del merchandising multimiliardario del brand .
Due decenni dopo, la Warner ha finalmente dato seguito a quella premessa per un pubblico adulto con Velma (2023), la serie animata di Mindy Kaling pensata per un rating TV-MA, con linguaggio esplicito e violenza cartoon . La serie, che ha diviso critica e pubblico, presentava però un vuoto incolmabile: la totale assenza del cane. Gli autori, come raccontato da fonti vicine alla produzione, avevano ricevuto una direttiva chiara: Scooby-Doo non poteva essere associato a contenuti per adulti. Lo studio, preoccupato di inquinare il brand "family", ha imposto che l'alano parlante, il vero motore del merchandising e dell'affetto popolare, rimanesse al di fuori di quella sperimentazione, costringendo la serie a raccontare le vicende di una Velma adolescente prima della formazione della Mystery Inc., senza mai mostrare l'icona che ha reso famoso il franchise .
L'unica eccezione a questa regola non scritta è rappresentata dal mondo dei fumetti, un medium che per sua natura si rivolge a un pubblico più ristretto e di nicchia, consentendo agli editori di sperimentare con temi più maturi senza mettere a rischio la percezione del marchio nel settore dei giocattoli. Scooby Apocalypse, pubblicata dalla DC Comics tra il 2016 e il 2019, è la prova più evidente di questa possibilità: una rivisitazione fantascientifica in chiave distopica, dove la banda combatte contro veri mostri in un mondo post-apocalittico e i personaggi vengono feriti, uccisi o trasformati in cyborg assassini . Il fumetto, con il suo rating T per adolescenti, ha potuto permettersi di esplorare territori oscuri che lo schermo, piccolo o grande, si è sempre guardato bene dal mostrare, dimostrando che il cane, anche quando viene "ucciso" o reso un esperimento genetico, può sopravvivere solo in un medium che non parla al grande pubblico dei bambini.
In conclusione, il fatto che non esista uno Scooby-Doo adulto non è un caso, ma il risultato di una precisa strategia di tutela del brand. La Warner Bros., come una madre protettiva, ha capito che il cane parlante è il vero tesoro del franchise, e che qualsiasi tentativo di farlo invecchiare o di esporlo alla volgarità del mondo adulto rischierebbe di rompere l'incantesimo che lo rende un compagno di giochi per generazioni di bambini. Mentre i personaggi umani possono essere strumentalizzati, parodiati e persino uccisi in chiave distopica, Scooby rimane l'icona immutabile, il simbolo di un'innocenza che lo studio non è disposto a sacrificare, neanche di fronte al fascino di un pubblico più maturo.
Cesio Endrizzi
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