C’è una scena, ne “I due papi” di Netflix, in cui un cameraman riprende di nascosto Joseph Ratzinger intento a suonare il piano mentre rifugge dalle pressioni del conclave. La musica scorre, dolce e malinconica, e lo spettatore pensa: Bedřich Smetana, il grande compositore ceco, che azzeccata citazione colta. Peccato che Smetana, in realtà, non abbia mai scritto quella melodia. L’autore era seduto proprio lì, sulla sedia del papa fittizio: Sir Anthony Hopkins, due Premi Oscar e una passione per la musica che coltiva da quando, bambino a Margam, nel Galles, scoprì che il pianoforte poteva essere più divertente delle noiose esercitazioni di “Für Elise” .

La vicenda, raccontata in un’intervista che lo stesso Hopkins rilasciò a Classic FM e ripresa poi da diverse testate, è un piccolo gioiello di humour britannico e talento multidisciplinare. Durante le riprese del film, il regista Fernando Meirelles chiese a Hopkins – che interpreta Papa Benedetto XVI – di suonare un brano di Mozart. “Trovo Mozart un po’ prevedibile e noioso”, rispose l’attore, con la schiettezza di chi può permetterselo. “Ho un pezzo di Smetana che funzionerebbe meglio”. Meirelles, di fronte a un attore della sua statura, non osò contraddirlo. Hopkins si mise al piano, e suonò una melodia delicata, romantica, perfettamente in stile ottocentesco. Il regista fu entusiasta. I produttori, invece, iniziarono a sudare freddo: bisognava acquisire i diritti del brano di Smetana, e la procedura sarebbe stata costosa e complessa.

Fu allora che scoprirono la verità: il brano che Hopkins aveva suonato non era di Smetana. Non era di nessun compositore del passato, perché non era mai esistito prima di quel momento. Era una composizione originale di Anthony Hopkins, che l’attore aveva scritto e tenuto nel cassetto per anni, e che aveva abilmente “infilato” nel film spacciandola per un classico dell’Ottocento. Meirelles, invece di arrabbiarsi, rise di cuore. “Ci ha presi in giro”, ammise il regista . E decise di mantenere il brano nel montaggio finale, perché era semplicemente troppo bello per essere scartato.

Il talento musicale di Hopkins non è, come molti credono, un hobby da ritiro delle star. È una vocazione parallela, maturata in sei decenni di pratica silenziosa. Da bambino prendeva lezioni di piano, ma odiava la disciplina accademica; amava invece improvvisare, scrivere melodie su fogli sparsi e poi dimenticarseli nei cassetti . A 19 anni, mentre recitava al Liverpool Playhouse, si sedeva al piano del camerino nelle ore vuote e improvvisò un tema di valzer. Lo annotò su un pezzo di carta e lo dimenticò per oltre quarant’anni . Nel 2011, sua moglie Stella – che è anche la sua più severa critica musicale – lo incoraggiò a rispolverare quei vecchi manoscritti e a inviarli al celebre violinista olandese André Rieu. “Non mi aspettavo nemmeno una risposta”, raccontò Hopkins . Invece Rieu lo chiamò di persona: “È magnifico, lo devo suonare” . E da quella telefonata nacque “And the Waltz Goes On”, che Rieu eseguì per la prima volta dal vivo a Maastricht, di fronte a un pubblico in lacrime .

Il valzer divenne il pezzo centrale di un album di André Rieu, e nel 2012 la City of Birmingham Symphony Orchestra registrò un intero CD dedicato alle composizioni di Hopkins, intitolato “Anthony Hopkins – Composer” . L’album contiene nove tracce, tra cui le suite nostalgiche della sua infanzia gallese (“Margam”, “1947”), un brano dedicato alla moglie (“Stella”) e la feroce “Amerika”, ispirata al suo primo, scioccante impatto con New York nel 1974, quando, appena sbarcato e dopo qualche drink di troppo, si convinse che la città fosse in piena rivolta .

Eppure, per decenni, Hopkins ha tenuto nascosta questa parte di sé. Lo faceva per timidezza, o forse per quella che chiama la “maledizione” dell’autodidatta: non avendo una formazione accademica in composizione, si sentiva un intruso. “So scrivere le note che suono, ma non ho mai avuto una vera preparazione musicale. Sono benedetto e maledetto da questa libertà” . Nel 2008, fu invitato a dirigere la Dallas Symphony Orchestra in un suo brano intitolato “Schizoid Salsa”, esperienza che definì “travolgente e spaventosa” . Solo negli ultimi anni, superati i settanta, ha trovato il coraggio di mostrare pubblicamente il suo lavoro. “Ho sognato per anni di trasformare i miei scarabocchi in pezzi eseguiti da un’orchestra. È un sogno che si realizza” .

Questa è la vera curiosità su Anthony Hopkins: che il suo più grande colpo di genio, forse, non è stato interpretare un cannibale o un re in esilio, ma aver fatto credere a un regista di Hollywood e a una troupe intera che la sua musica fosse un classico da manuale. Una magica, involontaria, dimostrazione che il confine tra il talento autentico e il genio riconosciuto è spesso solo una questione di etichetta. E che, a volte, per essere un grande compositore, basta avere la faccia tosta di sedersi al piano e suonare come se lo fossi già.

Cesio Endrizzi