Per decenni, i
Monkees hanno portato il peso di un'etichetta ingiusta: quella della
"band finta", un gruppo di attori messi insieme per una
sitcom, incapaci di suonare i propri strumenti e costretti a fare
playback sui successi scritti da autori professionisti. La serie
televisiva, andata in onda dal 1966 al 1968, raccontava proprio
questo: quattro giovani che formavano una band alla ricerca del
successo. Ma la realtà, come spesso accade, era molto più complessa
e affascinante.
Liquidarli come
semplici burattini televisivi significa ignorare la straordinaria
alchimia di talenti che ciascun membro portò sul set e in studio.
Quando la rivolta contro il sistema di produzione esplose, emerse una
verità scomoda per i critici: i Monkees, pur non essendosi formati
organicamente come i Beatles o i Rolling Stones, possedevano un
potenziale musicale autentico che, una volta liberato, li trasformò
in una forza creativa inaspettata.
Ecco come i quattro
talenti individuali si combinarono per creare qualcosa di più grande
della somma delle sue parti.
Michael Nesmith: Il
visionario ribelle e pioniere del country-rock
Se c'è un membro
dei Monkees che incarna la lotta per l'integrità artistica, quello è
Michael Nesmith. A differenza degli altri, Nesmith non era un attore
in cerca di un ruolo: era già un musicista affermato e un cantautore
di crescente reputazione.
Prima ancora di
entrare nei Monkees, Nesmith aveva scritto "Different Drum",
un brano che sarebbe diventato un successo clamoroso nelle mani di
Linda Ronstadt e dei suoi Stone Poneys. La canzone, con la sua
atmosfera country-rock e il testo ironico sull'indipendenza
femminile, rivelava già la sensibilità unica di Nesmith. Era un
pioniere del suono che avrebbe dominato la fine degli anni Sessanta e
l'inizio dei Settanta: quella fusione tra country, folk e rock che
artisti come Gram Parsons avrebbero poi perfezionato.
Nel contesto dei
Monkees, Nesmith fu la coscienza musicale e il motore della
ribellione. Fu lui, insieme a Peter Tork, a guidare la rivolta contro
il supervisore musicale Don Kirshner, il "uomo dei bottoni"
che imponeva canzoni scritte da autori esterni e musicisti di studio.
La goccia che fece traboccare il vaso? La decisione di Kirshner di
pubblicare un album senza il consenso del gruppo. Nesmith ruppe
letteralmente un buco nel muro della sede della Kirshner per
esprimere la sua furia (un gesto diventato leggendario).
Ma Nesmith non era
solo un ribelle: era il principale artefice del nuovo sound
indipendente della band. Scrisse e cantò alcuni dei brani più
originali del gruppo, come "The Girl I Knew Somewhere" e
"You Told Me", anticipando quel country-rock psichedelico
che avrebbe esplorato a fondo nella sua carriera solista
post-Monkees. La sua chitarra a 12 corde e la sua voce nasale e
ironica divennero un marchio di fabbrica. Senza Nesmith, i Monkees
sarebbero probabilmente rimasti un fenomeno televisivo effimero.
Peter Tork: Il
polistrumentista dalla scena folk di Greenwich Village
La storia di Peter
Tork è forse la più ironica di tutte. Venne raccomandato per il
provino dei Monkees da un amico di nome Stephen Stills. Sì, quel
Stephen Stills, futuro membro di Buffalo Springfield e Crosby, Stills
& Nash. Stills aveva fatto il provino, ma gli fu detto che aveva
i denti "troppo brutti" per la tv. Raccomandò Tork, che
venne assunto.
Tork arrivava dal
cuore pulsante della scena folk newyorkese del Greenwich Village, un
ambiente di puristi della musica dove si suonava per passione, non
per fama. Era un polistrumentista di rara versatilità: basso,
tastiere, chitarra, banjo, pianoforte. Non era un attore che imparava
due accordi per la telecamera; era un musicista vero, con anni di
sessioni e jam session alle spalle.
Quando la band
ottenne finalmente il controllo artistico, il contributo di Tork fu
inestimabile. Fu lui a scrivere gli arrangiamenti più sofisticati,
come l'indimenticabile introduzione al pianoforte di "Daydream
Believer", un tocco di classe che trasforma una semplice canzone
pop in un piccolo gioiello. Fu lui a suonare il banjo su "You
and I" e a fornire le linee di basso solide e creative per molti
brani di Headquarters.
Tork era
l'incarnazione della competenza musicale silenziosa. Mentre Nesmith
guidava le battaglie legali, Tork lavorava silenziosamente in studio,
assicurando che il suono della band fosse autentico e ricco. La sua
filosofia era semplice: se dovevamo essere una band, dovevamo suonare
come tale.
Micky Dolenz: La
voce rock che nessuno si aspettava
Micky Dolenz era
stato ingaggiato principalmente come attore. Aveva un passato da
bambino star nello show Circus Boy, ma non aveva alcuna esperienza
come cantante rock né come batterista. Sulla carta, era il membro
più "finto" del gruppo. E invece, contro ogni previsione,
si rivelò il loro assetto più prezioso: la voce.
Dolenz possedeva un
timbro vocale naturale, roco, grintoso, carico di un'energia rock and
roll che nessun corso di recitazione avrebbe potuto insegnare. Quando
apriva bocca per cantare "I'm a Believer" o "(I'm Not
Your) Steppin' Stone", la sua voce non suonava addestrata né
perfetta: suonava vera, istintiva, perfetta per la radio.
I produttori si
resero conto immediatamente di avere tra le mani un talento grezzo
eccezionale. La voce di Dolenz divenne il suono distintivo dei
Monkees, quello che faceva riconoscere una loro canzone in pochi
secondi. Ma non si fermò lì. Quando la band decise di diventare
un'entità live autosufficiente, Dolenz si mise a imparare la
batteria da zero. Non era un tecnico raffinato, ma la sua energia
dietro il kit diventò il motore ritmico del gruppo dal vivo.
Dolenz portò anche
un'abilità recitativa che si rivelò fondamentale: la sua comicità
fisica e la sua espressività facciale erano perfette per la
telecamera, contribuendo al successo dello show. Ma fu la voce a
renderlo immortale. Senza Dolenz, successi come "Pleasant Valley
Sunday" non avrebbero avuto quella spinta adrenalinica.
Davy Jones: Il
carisma da palcoscenico e il contrasto vocale
Se Dolenz era la
potenza, Davy Jones era la grazia. Prima dei Monkees, Jones era un
attore di formazione classica, con un passato da fantino (sì,
fantino) e un ruolo nel musical di Broadway Oliver! che gli valse una
candidatura al Tony Award all'età di 17 anni. Era un vero showman,
cresciuto sotto i riflettori.
Jones portò nel
gruppo il magnetismo teatrale e il fascino da teen idol che fecero
impazzire le adolescenti e garantirono ascolti record allo show
televisivo. La sua energia sul palco, il suo modo di muoversi, di
sorridere, di interagire con il pubblico, era puro intrattenimento
all'antica. Era l'uomo che faceva battere i cuori.
Ma la sua voce era
altrettanto importante. Jones possedeva un timbro tenorile,
cristallino, caldo e romantico, che creava un contrasto perfetto con
la grinta rock di Dolenz. Mentre Dolenz cantava i pezzi più duri,
Jones era il padrone indiscusso delle ballate. "Daydream
Believer" è sua (anche se al pianoforte c'è l'arrangiamento di
Tork), così come "A Little Bit Me, a Little Bit You". La
sua voce aveva la capacità di trasmettere innocenza, malinconia e
allegria contagiosa.
Jones era anche il
membro che teneva insieme il lato performativo del gruppo. Nei tour,
mentre Nesmith e Tork si concentravano sulla musica e Dolenz sulla
batteria, Jones danzava, scherzava con il pubblico, lanciava
occhiolini e faceva esattamente ciò che ci si aspetta da un frontman
nato.
Il momento
culminante di questa fusione di talenti fu la produzione di
Headquarters (1967). Dopo aver cacciato Don Kirshner, i Monkees
presero il controllo totale del loro terzo album. Lo registrarono da
soli, suonando tutti gli strumenti, senza musicisti di studio.
Il risultato fu
clamoroso: Headquarters debuttò al primo posto della classifica
Billboard 200, spodestando nientemeno che The Rolling Stones. Rimase
in vetta per una settimana, prima di essere scalzato da un album
intitolato Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band dei Beatles. Essere
stati scavalcati dai Beatles al culmine della loro creatività non
era una sconfitta: era un'onorificenza. Dimostrava che quei quattro
"attori" erano riusciti a competere testa a testa con i
giganti del rock.
I Monkees non furono
mai una "vera band" nel senso tradizionale del termine. Ma
furono qualcosa di altrettanto raro: un incidente perfetto di talenti
complementari. Nesmith portò la scrittura e la ribellione. Tork
portò la competenza tecnica e gli arrangiamenti. Dolenz portò la
voce rock e l'energia. Jones portò il carisma e il contrasto
melodico.
Insieme, crearono
una musica che ha resistito alla prova del tempo, molto più a lungo
dello show televisivo che li aveva resi famosi. Impararono a suonare,
scrissero le loro canzoni, si esibirono dal vivo, e lo fecero con un
entusiasmo e un'integrità che solo i critici più superficiali
possono ancora negare. I Monkees non erano una band finta. Erano una
band vera, nata in circostanze finte. E questo, in fondo, è un
miracolo ancora più grande.