C’è un membro dei
Queen che non ha mai indossato una corona, non ha mai fatto un assolo
di chitarra di tre minuti sul palco e non ha mai urlato in un
microfono. Eppure, senza di lui, alcuni dei più grandi successi
della band non avrebbero mai fatto vibrare le piste da ballo di tutto
il mondo. Parliamo di John Deacon, il bassista silenzioso, l’autore
di Another One Bites the Dust, e l’unico ex
componente dei Queen che, da decenni, rifiuta qualsiasi contatto con
i suoi vecchi compagni di band.
Mentre Brian May e
Roger Taylor continuano a viaggiare il mondo sotto il nome dei Queen
insieme ad Adam Lambert, e mentre il film Bohemian
Rhapsody ha incassato oltre 900 milioni di dollari, Deacon
è rimasto invisibile. Non partecipa alle interviste, non rilascia
dichiarazioni, non suona più. E, cosa ancora più sorprendente per i
fan, non risponde nemmeno alle chiamate di Brian May o
Roger Taylor.
Perché un uomo che
ha contribuito a scrivere la storia del rock si è cancellato così
completamente? La risposta è complessa e dolorosa, e ha un nome e un
volto: Freddie Mercury.
Per capire John
Deacon, bisogna innanzitutto capire la sua natura. Arrivato nei Queen
nel 1971, dopo alcuni cambi di formazione, Deacon era il più giovane
e di gran lunga il più riservato. Mentre Mercury si trasformava in
un dio pagano sul palco, May scolpiva armonie celesti e Taylor
scatenava ritmi da gladiatore, Deacon stava in un angolo, con la
testa bassa, il basso Fender Precision e un paio di jeans. Non
cercava attenzione. Anzi, la fuggiva.
Per lui, i Queen non
erano una missione di vita né un’estensione della sua personalità.
Erano, per sua stessa ammissione, un lavoro. Un lavoro che amava,
certo, ma pur sempre un lavoro. E come ogni lavoro, aveva bisogno di
equilibrio. Quel bilanciamento, per quasi vent’anni, si chiamò
Freddie Mercury.
Freddie aveva un
dono raro: sapeva leggere le persone. Capiva che John era
intensamente introverso, che i riflettori lo bruciavano e che le
dinamiche caotiche del mondo rock – le interviste, le pressioni
discografiche, le feste infinite – lo rendevano profondamente
infelice. Così Freddie costruì un cuscinetto protettivo attorno a
lui. In conferenza stampa, se una domanda metteva a disagio Deacon,
Mercury interveniva con una battuta o una divagazione. Nei tour, si
assicurava che John avesse i suoi spazi. In studio, incoraggiava le
sue idee.
Fu proprio grazie a
questa protezione che Deacon riuscì a emergere come compositore.
Scrisse You’re My Best Friend – dedicata alla
moglie Veronica –, Spread Your Wings e
naturalmente Another One Bites the Dust, quel groove
ipnotico che Michael Jackson amava tanto da spingere Freddie a
pubblicarlo come singolo, nonostante i dubbi iniziali della band.
In cambio di
quella protezione, John diede a Freddie una lealtà assoluta,
silenziosa, incrollabile. Non ci furono mai litigi
pubblici, mai gelosie. Era un patto tacito tra due persone che si
capivano senza bisogno di molte parole.
Il 24 novembre 1991,
quando il mondo apprese della morte di Freddie Mercury a causa di una
broncopolmonite complicata dall’AIDS, i Queen persero il loro
frontman. Ma John Deacon perse molto di più: perse il suo
parafulmine, il suo traduttore sociale, l’unica persona che rendeva
sopportabile la macchina della celebrità.
Secondo quanto
raccontato da Brian May anni dopo, John era già fragile durante i
tour. “Era sensibile allo stress in un modo che noi non capivamo
del tutto”, ha detto il chitarrista. “Freddie lo schermava.
Quando Freddie non c’era più, quella protezione è scomparsa.”
John Deacon provò a
resistere. Nel 1992 partecipò al Freddie Mercury Tribute Concert al
Wembley Stadium, suonando con i restanti Queen e una serie di ospiti
come Robert Plant, Tony Iommi ed Elton John. Ma chi lo osservò da
vicino notò qualcosa: il suo sguardo era perso. Era lì,
fisicamente, ma la sua anima era altrove.
Negli anni
successivi, si chiuse in studio con May e Taylor per completare le
ultime registrazioni vocali lasciate da Freddie. Ne nacque Made
in Heaven (1995), un album postumo che Deacon considerò
non un nuovo inizio, ma un testamento chiuso. Era il punto finale. E
lui lo sapeva.
L’ultima volta che
John Deacon salì su un palco fu il 17 gennaio 1997, al Théâtre
National de l’Opéra di Parigi. Si trattava della première di un
balletto ispirato ai Queen, Ballets de l’Opéra de Paris.
May, Taylor e Deacon suonarono The Show Must Go On insieme
a Elton John, che cantava al posto di Freddie. Dopo l’esibizione,
John posò il basso, lo appoggiò con cura nella custodia e non lo
riprese mai più.
Da quel giorno, John
Deacon è tornato a essere John Richard Deacon, cittadino privato del
sud-ovest di Londra. Vive con la moglie Veronica, che ha sposato nel
1975, ha avuto sei figli, e conduce una vita anonima, lontana da
microfoni e flash. I vicini lo descrivono come un uomo gentile che fa
la spesa al supermercato, va in bicicletta e a volte frequenta un pub
locale senza mai parlare di musica.
Ma la sua
fuoriuscita dai Queen non è stata solo un ritiro artistico. È stato
un taglio netto, chirurgico, definitivo. Non vuole avere
assolutamente nulla a che fare con i Queen. Quando
Brian May o Roger Taylor lo hanno chiamato per parlargli di progetti
futuri – inclusi i tour con Paul Rodgers prima e Adam Lambert poi –
Deacon semplicemente non ha risposto. Ha smesso di rispondere alle
telefonate. Ha smesso di partecipare alle riunioni. Non ha fornito
spiegazioni, perché per lui la spiegazione era ovvia: senza Freddie,
i Queen non esistono.
May ha raccontato in
un’intervista a The Guardian: “John ha deciso che
era finita. Rispetto la sua decisione, ma fa male. Abbiamo condiviso
qualcosa di unico, eppure lui è completamente scomparso. Non voglio
nemmeno insistere perché so che gli causerebbe sofferenza.”
C’è però una
contraddizione apparente. Pur avendo rifiutato ogni coinvolgimento
creativo, John Deacon partecipa ancora attivamente alle decisioni
finanziarie dei Queen. Riceve regolarmente la sua quota del 25% dei
diritti d’autore – così come May e Taylor – e ha diritto di
veto su ogni operazione commerciale che coinvolga il nome e il
catalogo della band.
È stato lui, ad
esempio, a dover approvare l’uso delle canzoni per Bohemian
Rhapsody (2018). E secondo alcune fonti, ha imposto
condizioni severe: niente rielaborazioni della musica originale,
niente nuove sovraincisioni, e assoluto rispetto del materiale
d’archivio. Alla fine ha dato il suo consenso, ma non ha mai messo
piede sul set. Non ha partecipato alle proiezioni. Non ha rilasciato
dichiarazioni per la promozione.
Per John Deacon, la
musica dei Queen è un patrimonio da amministrare, non una ferita da
riaprire. Gestire i diritti d’autore è un atto di responsabilità
verso Freddie, verso i fan e verso i compagni. Suonare, invece,
sarebbe un tradimento della memoria.
Nel rock, molti si
sono ritirati per noia, per esaurimento o per problemi di salute. Ma
il ritiro di John Deacon ha qualcosa di unico: è una forma di lutto
che dura da più di trent’anni. Freddie Mercury era il suo migliore
amico, il suo scudo, la sua giustificazione per stare in quel mondo
caotico. Quando Freddie morì, per Deacon morì anche l’unico
contesto in cui poteva esprimersi senza soffrire.
Brian May e Roger
Taylor hanno reagito diversamente: per loro, suonare è una terapia,
un modo per tenere vivo Freddie e per continuare a fare ciò che
amano. Per John, invece, suonare senza Freddie sarebbe stato come
recitare in un film muto con la colonna sonora sbagliata. Preferisce
il silenzio.
E così, mentre i
Queen continuano a riempire stadi con Adam Lambert – e lo fanno con
grande rispetto ed eleganza – John Deacon resta a casa. Ascolta
forse i vecchi dischi? Probabilmente no. Guarda i video dei concerti?
Nemmeno. Ha messo via tutto, come si mette via una divisa dopo una
guerra che ti ha portato via la persona più importante.
John Deacon non è
amareggiato. Non è in conflitto con May o Taylor. Semplicemente, per
lui, i Queen erano quattro persone, e quando una di quelle quattro è
andata via, l’incantesimo si è rotto. La sua scelta non è
un’accusa verso chi ha deciso di continuare, ma un atto di coerenza
assoluta con se stesso.
Forse, in un’epoca
in cui ogni celebrità cerca di restare rilevante a tutti i costi,
l’atteggiamento di John Deacon è persino rivoluzionario. Ha avuto
tutto: fama, denaro, successo planetario. E ha scelto di lasciarlo
andare, non perché lo disprezzasse, ma perché senza la persona che
amava era diventato vuoto.
Quando gli chiedono
di lui, Brian May dice sempre la stessa cosa: “John è felice.
Davvero felice. E questa è l’unica cosa che conta.”
Per un uomo che ha
scritto You’re My Best Friend e l’ha dedicata
a sua moglie, forse la vera rockstar non è mai stata quella sul
palco, ma quella che ha saputo dire basta, posare il basso e tornare
a essere semplicemente John. Con i suoi silenzi, le sue passeggiate e
il ricordo di Freddie custodito in un luogo dove nessuna telecamera
potrà mai raggiungerlo.