Quando John Coffey appare per la prima volta in Il miglio verde, lo spettatore ha una sensazione precisa.
Quell'uomo è enorme.
Non semplicemente alto.
Enorme.
Le sue spalle sembrano occupare metà della porta della cella, le mani appaiono sproporzionate, la testa sovrasta quella delle guardie e il suo corpo sembra quasi appartenere a un'altra scala rispetto alle persone che gli stanno intorno.
Eppure Michael Clarke Duncan non era alto tre metri.
Era alto circa 1,96 metri.
Una statura eccezionale per un uomo comune, naturalmente, ma non sufficiente a spiegare da sola l'impatto visivo di John Coffey.
Anzi, c'è un particolare curioso.
Alcuni degli attori con cui Duncan condivide le scene erano quasi altrettanto alti.
James Cromwell, che interpreta il direttore del penitenziario Hal Moores, supera infatti i due metri.
David Morse, che interpreta Brutus "Brutal" Howell, è anch'egli molto alto, circa 1,93 metri.
Tom Hanks, invece, è decisamente più basso, intorno a 1,83 metri.
Quindi come riuscì Frank Darabont a trasformare Duncan in quel gigante apparentemente sovrumano?
La risposta non è un singolo trucco.
È una combinazione di inquadrature, prospettiva, scenografia, posizione degli attori, obiettivi cinematografici e montaggio.
E soprattutto c'è una cosa che Hollywood conosce da sempre: non è necessario che un personaggio sia realmente gigantesco. È sufficiente convincere il cervello dello spettatore che lo sia.
Il primo elemento è naturalmente la statura reale.
Duncan partiva già da una condizione straordinariamente favorevole.
Un uomo alto 1,96 metri, con una corporatura muscolosa e una struttura fisica imponente, non ha bisogno di molti centimetri aggiuntivi per sembrare gigantesco accanto a un attore di statura media.
Ma il cinema può amplificare enormemente questa differenza.
Il modo più semplice è controllare la posizione dei corpi all'interno dell'inquadratura.
Se Duncan viene collocato leggermente più vicino alla macchina da presa rispetto agli altri personaggi, la prospettiva lo farà apparire più grande.
Non è magia.
È geometria.
Un oggetto più vicino all'obiettivo occupa una porzione maggiore dell'immagine rispetto a uno dello stesso tipo posto più lontano.
Il cinema utilizza questo principio da più di un secolo.
È la stessa ragione per cui, in una fotografia, una persona può sembrare enorme rispetto a un'altra semplicemente mettendosi più vicina alla macchina fotografica.
Nel caso di Il miglio verde, questo principio assume un'importanza particolare perché il film vuole che John Coffey sembri quasi fuori scala rispetto all'ambiente nel quale è rinchiuso.
E qui entra in gioco la scenografia.
Il set non deve soltanto rappresentare un carcere.
Deve raccontare visivamente il rapporto fra Coffey e il mondo che lo circonda.
La cella è costruita secondo proporzioni che permettono al suo corpo di apparire ancora più ingombrante.
Il letto, la porta, le sbarre e gli altri elementi dell'ambiente diventano automaticamente strumenti di confronto.
Lo spettatore non sa necessariamente quanto misuri realmente una porta carceraria.
Ma sa quanto dovrebbe essere grande una porta.
Quando vede un uomo che sembra riempirla quasi completamente, il cervello conclude immediatamente che quell'uomo è gigantesco.
Questo è uno dei principi fondamentali della percezione cinematografica.
Le dimensioni assolute contano meno delle dimensioni relative.
È lo stesso motivo per cui un bambino fotografato accanto a un'automobile può sembrare minuscolo, mentre accanto a un tavolo appare semplicemente piccolo.
Il cinema costruisce continuamente questi rapporti.
Anche la posizione della macchina da presa è fondamentale.
Le riprese dal basso possono aumentare enormemente la sensazione di imponenza di una persona.
Quando la cinepresa guarda Duncan dal basso verso l'alto, il suo corpo acquista maggiore verticalità.
Il torso occupa più spazio.
Le spalle diventano più larghe.
Il volto assume una posizione dominante.
Non significa che l'attore sia realmente più grande.
Significa che l'immagine suggerisce al nostro cervello che lo sia.
Ed è proprio questo che rende John Coffey così efficace.
Darabont non vuole che lo spettatore continui a pensare:
"Michael Clarke Duncan è un uomo molto alto."
Vuole che pensi:
"Questo uomo è enorme."
Sono due percezioni completamente diverse.
C'è poi il problema più difficile: le scene nelle quali Coffey compare accanto ad altri personaggi.
Qui la produzione può intervenire attraverso il blocking, cioè la disposizione degli attori nello spazio.
Duncan può essere posizionato in modo da accentuare la propria altezza.
Gli altri possono essere leggermente più lontani dalla macchina da presa.
Oppure possono trovarsi su livelli differenti del pavimento.
Sono variazioni apparentemente minime, ma sullo schermo possono produrre una differenza considerevole.
In determinate produzioni vengono utilizzate anche piattaforme, rialzi o depressioni del pavimento per modificare la relazione fisica fra gli attori.
È una tecnica antichissima.
Non richiede effetti digitali.
Non richiede nemmeno necessariamente che lo spettatore sappia che cosa sta guardando.
Deve semplicemente funzionare.
E Il miglio verde sfrutta continuamente questo linguaggio.
Un altro elemento fondamentale è la fisicità di Duncan.
Perché John Coffey non deve soltanto essere alto.
Deve sembrare pesante.
Questa distinzione è importantissima.
Un uomo molto alto ma magro può apparire semplicemente slanciato.
Duncan aveva invece una massa muscolare notevole.
Spalle larghe.
Torace enorme.
Braccia massicce.
Mani molto grandi.
Quando cammina lentamente lungo il Miglio Verde, il suo corpo comunica immediatamente peso e potenza.
Eppure Coffey si muove con estrema delicatezza.
Questa contraddizione è uno dei grandi successi della performance.
Il corpo dice "pericolo". Il comportamento dice "innocenza".
Ed è proprio questo contrasto a rendere il personaggio così memorabile.
Se Coffey fosse stato soltanto enorme, sarebbe stato un classico gigante cinematografico.
Ma Duncan lo interpreta come un uomo timido, spaventato e profondamente sensibile.
La sua enorme presenza fisica diventa quindi parte della tragedia.
Più appare gigantesco, più appare vulnerabile quando manifesta paura.
E più appare forte, più colpisce la sua gentilezza.
La scenografia contribuisce ulteriormente a questo effetto.
Una persona sembra grande non soltanto quando viene ingrandita.
Può sembrare grande anche quando tutto ciò che la circonda appare più piccolo.
È un principio utilizzato continuamente nel cinema.
Una sedia leggermente più piccola.
Una porta con proporzioni studiate.
Un letto che lascia meno spazio al corpo.
Una stanza con elementi costruiti per enfatizzare la scala.
Non serve che ogni oggetto sia artificialmente ridotto.
È sufficiente che alcuni elementi di riferimento producano il contrasto necessario.
Quando Coffey si trova nella sua cella, il suo corpo sembra quasi appartenere a un ambiente progettato per persone più piccole.
E questo rafforza l'impressione che sia un essere fuori posto.
Anche la celebre scena della sedia elettrica contribuisce a questa percezione.
Old Sparky è un oggetto relativamente compatto e riconoscibile.
Quando Duncan vi si siede, il contrasto fra la sua massa e la struttura della sedia diventa immediatamente evidente.
È un esempio perfetto di quello che potremmo chiamare effetto scala.
Non abbiamo bisogno di sapere quanto misura esattamente la sedia.
La conosciamo visivamente.
Sappiamo quanto dovrebbe essere grande.
E vedendo Duncan seduto al suo interno, percepiamo immediatamente quanto sia grande lui.
Questo è il vero segreto.
Non esiste necessariamente un singolo enorme trucco nascosto dietro John Coffey.
Esiste una costruzione visiva coerente.
La fotografia lo rende imponente.
La scenografia gli fornisce riferimenti di scala.
La prospettiva amplifica le differenze.
La posizione degli attori evita di neutralizzare la sua statura.
Il montaggio seleziona le inquadrature più efficaci.
E Michael Clarke Duncan fornisce qualcosa che nessun effetto speciale può creare artificialmente con la stessa naturalezza:
una presenza fisica straordinaria.
C'è inoltre una ragione narrativa per cui tutto questo funziona così bene.
John Coffey è concepito come una figura quasi biblica.
Il suo stesso nome, "Coffey", viene pronunciato come quello di un uomo che sembra essere stato mandato nel posto sbagliato.
È gigantesco, ma non è un mostro.
È potente, ma non è crudele.
È capace di fare cose apparentemente impossibili, ma non comprende pienamente la propria natura.
La sua dimensione fisica diventa quindi una parte della mitologia del personaggio.
Coffey deve sembrare più grande della vita.
Non necessariamente perché la sceneggiatura ci dica continuamente che lo è.
Ma perché il pubblico deve percepirlo.
E questo spiega anche perché sarebbe sbagliato concentrarsi esclusivamente sui presunti trucchi utilizzati sul set.
Il cinema non funziona come un trucco da prestigiatore nel quale esiste necessariamente un unico segreto.
Funziona attraverso la somma di decine di decisioni.
Una macchina da presa posizionata qualche centimetro più in basso.
Un attore spostato qualche passo indietro.
Una porta inquadrata in un determinato modo.
Una luce che accentua la silhouette.
Un costume che sottolinea le spalle.
Un ambiente costruito secondo proporzioni precise.
Un montaggio che sceglie l'inquadratura migliore.
E, naturalmente, un attore capace di utilizzare il proprio corpo come strumento narrativo.
Michael Clarke Duncan aveva già la materia prima.
Hollywood gli diede semplicemente la prospettiva giusta.
E c'è una lezione interessante dietro tutto questo.
Quando oggi guardiamo un film ricco di effetti digitali, siamo portati a pensare che per creare qualcosa di impossibile servano necessariamente computer e CGI.
Non è vero.
Il cinema ha sempre avuto un altro strumento potentissimo.
La prospettiva.
Un uomo di 1,96 metri può diventare un gigante.
Un set può diventare enorme.
Un modello può sembrare una città.
Un corridoio può sembrare infinito.
E una semplice differenza di pochi centimetri può trasformare completamente ciò che percepiamo.
Nel caso di John Coffey, però, il trucco più importante non era nemmeno tecnico.
Era narrativo.
Il pubblico doveva prima credere che Coffey fosse enorme.
Poi doveva scoprire che, dietro quel corpo gigantesco, c'era un uomo infinitamente più fragile di quanto la sua apparente forza lasciasse immaginare.
Ed è proprio questo contrasto ad aver reso Michael Clarke Duncan indimenticabile.
Non ricordiamo John Coffey soltanto perché era gigantesco.
Lo ricordiamo perché quel gigante aveva il cuore di un bambino.
Cesio Endrizzi