Hulk Hogan è senza dubbio uno dei volti più riconoscibili del wrestling professionistico, ma la sua popolarità al di fuori dei ring ha subito diversi colpi a causa di scelte personali e comportamenti controversi. La figura di Hogan rappresenta un mix complesso di mito, spettacolo e scandalo, che ha diviso il pubblico e i colleghi della sua stessa industria.

Uno degli episodi più rilevanti riguarda il suo conflitto con Jesse Ventura, wrestler di spicco e successivamente politico. Ventura cercò di formare un sindacato per i wrestler, preoccupato per la sicurezza dei professionisti e le conseguenze devastanti che la carriera poteva avere sul corpo e sulla mente. Hogan, all’epoca, denunciò Ventura al capo della federazione per cui entrambi lavoravano, compromettendo il tentativo di tutela collettiva dei wrestler. Questo episodio alimentò la percezione di Hogan come eccessivamente ambizioso e pronto a sacrificare gli altri per i propri interessi, un tratto che molti colleghi e fan giudicarono negativamente.

Al di là dei conflitti professionali, Hogan ha spesso fatto dichiarazioni discutibili che hanno minato la sua immagine pubblica. Tra queste, l’affermazione di “lavorare 400 giorni all’anno” per giustificare la propria intensa attività sul ring e nei tour internazionali. Pur essendo una semplice esagerazione promozionale tipica dei personaggi di wrestling, questo tipo di dichiarazioni alimentava la percezione di una persona narcisista e poco incline alla realtà. Il suo personaggio era costruito sull’iperbolismo: più grande della vita, sempre vittorioso e incredibilmente carismatico, pronto a trascendere la verità per servire lo spettacolo.

Le controversie più gravi emersero a livello personale e sociale. Hulk Hogan fu ripreso mentre pronunciava insulti razzisti, un comportamento che ebbe conseguenze immediate: fu licenziato dalla federazione di wrestling e vide compromessa la sua reputazione pubblica. In questo periodo, Hogan conduceva anche il reality show Hogan Knows Best, dove la sua vita privata era sotto i riflettori. L’uscita della figlia Brooke con un uomo di colore e le reazioni del padre furono particolarmente criticate dai media e dal pubblico, evidenziando un lato personale che contrastava con l’immagine di eroe universalmente amato costruita sul ring.

Nonostante queste controversie, non si può ignorare l’impatto di Hogan sul wrestling. La sua carriera è costellata di successi straordinari: titoli conquistati, tour internazionali e match storici che hanno definito un’epoca del wrestling professionistico. I colpi sul ring, sebbene parte dello spettacolo, erano fisicamente reali e comportavano rischi concreti per la salute. Il wrestling, pur essendo “predeterminato” nei risultati, richiede resistenza, precisione e capacità di sopportare impatti estremi, tutti elementi che Hogan ha affrontato per decenni.

La vita di Hulk Hogan è quindi un intreccio di mito, eccessi e scandali. Da un lato, ha rappresentato l’apice della fama nel wrestling, diventando un modello per generazioni di fan; dall’altro, le sue azioni e dichiarazioni fuori dal ring hanno compromesso la sua credibilità e la simpatia del pubblico. La combinazione di comportamento discutibile, rivalità interne e scandali personali rende la figura di Hogan difficile da giudicare in termini semplici: è stato sia un eroe che un personaggio controverso, ammirato e criticato in egual misura.

Infine, la sua morte all’età di 71 anni chiude una carriera intensa e turbolenta, ricordata tanto per le imprese sportive quanto per le vicende personali. La percezione del pubblico riflette questa complessità: la gente non lo ama universalmente perché Hogan ha mostrato lati controversi e comportamenti discutibili, ma non si può negare la sua influenza e l’impatto culturale sul wrestling e sulla televisione. La storia di Hulk Hogan resta quindi un esempio di come il mito e la realtà possano coesistere, spesso in conflitto, nella vita di una figura pubblica così esposta e polarizzante.




Oggi, 22 giugno 2025, Meryl Streep celebra 75 anni, confermandosi ancora una delle attrici più amate e rispettate del cinema mondiale. La sua carriera è un’autentica leggenda: tre premi Oscar e il primato assoluto di candidature, ben 21 volte. Nessuno avrebbe scommesso un dollaro sulla ragazza dal volto acqua e sapone, che senza aver mai studiato recitazione, ha saputo conquistare il cuore di milioni di spettatori e trasformarsi in un’icona universale del cinema.

La storia di Meryl Streep non è stata immediata o facile. Da bambina cantava come soprano e a 12 anni iniziava a recitare in piccole parti teatrali, coltivando il sogno della scena con determinazione e passione. Crescendo, ha dovuto affrontare sacrifici e lavorare duramente: per pagarsi gli studi ha svolto mestieri come cameriera e dattilografa, e nonostante tutto è riuscita a laurearsi in legge, dimostrando tenacia e disciplina fuori dal comune.

Il suo talento naturale emergeva già allora. Dopo la sua prima vera performance universitaria, il professore Clinton J. Atkinson dichiarò:

“Non penso che nessuno abbia insegnato a Meryl a recitare. Ha imparato tutto da sola.”

Questa osservazione sottolinea quanto la sua capacità interpretativa sia innata, ma affiancata da anni di studio, esperienza e dedizione totale.

Nel corso della sua carriera, Meryl ha affrontato ogni tipo di ruolo, trasformandosi con una facilità sorprendente. Dal dramma alla commedia, dal biopic al thriller, ha saputo incarnare personaggi complessi e indimenticabili, sempre con la stessa intensità e credibilità. Non a caso, detiene il record di 21 candidature all’Oscar, di cui 3 vittorie, un primato senza precedenti nella storia del cinema.

Ma il suo successo non si misura solo in premi e riconoscimenti. È la capacità di entrare nei personaggi, di trasmettere emozioni autentiche e di raccontare storie universali, che la rendono unica. Nessuna come Meryl Streep ha saputo combinare talento, costanza e versatilità.

Oltre alla carriera cinematografica, Meryl è madre di quattro figli e nonna, dimostrando di riuscire a conciliare la vita privata con impegni professionali e sociali straordinari. La sua generosità è nota: ha donato milioni di dollari di tasca propria, in particolare per bambini autistici e orfani, e si è attivamente impegnata nella lotta contro la violenza sulle donne e in altre cause sociali, diventando un esempio concreto di responsabilità e umanità.

Il compleanno di Meryl Streep è un’occasione per celebrare non solo i suoi successi cinematografici, ma anche la sua umanità e il suo impegno. Una vita dedicata all’arte, alla famiglia e alla solidarietà, che dimostra come talento, dedizione e cuore possano convivere in maniera straordinaria.

In un’epoca in cui il cinema è spesso dominato da effetti speciali e blockbuster, Meryl Streep resta un simbolo di autenticità, un’attrice che ha saputo costruire la sua carriera con il talento, la disciplina e la passione.

Oggi, il mondo del cinema e i suoi milioni di ammiratori si uniscono per dirle: “Buon compleanno Meryl, nessuna come te. Sei speciale.”


 


Il mondo della musica piange la scomparsa di Brian Wilson, leggendario fondatore, mente creativa e compositore dei Beach Boys, morto all'età di 82 anni. L'annuncio è stato dato dai suoi figli sui social media: "Siamo addolorati nell'annunciare la scomparsa del nostro amato padre. Ci rendiamo conto che stiamo condividendo il nostro dolore con il mondo". La morte è avvenuta pochi giorni prima del suo 83esimo compleanno, che sarebbe stato il 20 giugno.

Con i suoi fratelli Dennis e Carl, Brian Wilson ha non solo formato i Beach Boys, ma ha anche cambiato per sempre la musica pop e rock, elevando le melodie catchy a nuove vette di complessità e sperimentazione. Il loro album capolavoro, "Pet Sounds", pubblicato nel 1966, è unanimemente considerato uno dei dischi più influenti e innovativi di tutti i tempi, un'opera che ha spinto i confini della produzione musicale e ha influenzato innumerevoli artisti e generi successivi. Le sue armonie vocali stratificate e le orchestrali complesse hanno definito un'era e continuano a ispirare.

La causa della sua morte non è stata specificata nel dettaglio, ma si presume sia legata all'età avanzata e alle precarie condizioni di salute con cui Wilson ha lottato per decenni, incluse battaglie contro la malattia mentale e la dipendenza che hanno profondamente segnato la sua vita e la sua carriera, pur non intaccando il suo genio musicale.

Le implicazioni culturali della scomparsa di Brian Wilson sono immense. La sua eredità musicale è monumentale. I Beach Boys, sotto la sua guida, hanno plasmato la colonna sonora della cultura californiana degli anni '60, ma la profondità e l'innovazione di "Pet Sounds" hanno trascenduto le origini surf-rock del gruppo, elevandolo a figura di sperimentatore e visionario al pari di artisti come i Beatles. La sua morte segna la fine di un'era per molti fan e musicisti che sono cresciuti con le sue canzoni.

Sul piano sociale, Brian Wilson ha rappresentato non solo il genio musicale, ma anche una figura di resilienza nella lotta contro le malattie mentali. La sua apertura riguardo ai suoi problemi ha contribuito a sensibilizzare l'opinione pubblica su queste tematiche, dimostrando come anche le menti più brillanti possano essere colpite e come sia possibile continuare a creare nonostante le difficoltà.

Economicamente, il catalogo musicale dei Beach Boys e le opere di Brian Wilson continueranno a generare royalties e a essere un asset significativo nel panorama musicale globale. La sua scomparsa, sebbene tragica, spesso porta a una rinascita dell'interesse per la sua opera, con un aumento delle vendite di dischi, streaming e merchandising.

La perdita di Brian Wilson è un momento di lutto per la musica, che saluta uno dei suoi più grandi e complessi innovatori, un artista che ha trasformato le "good vibrations" in un'eredità sonora immortale.

I grandi attori di oggi su Kilmer: "Era dieci passi avanti a tutti noi"

Los Angeles, 1° aprile 2025 – Quando Val Kilmer entrò nel set di Tombstone (1993) con quella parrucca bionda e la pistola lucidata, Kurt Russell capì di avere di fronte "l'unico attore che poteva rubarmi ogni scena senza dire una parola". Oggi, mentre Hollywood piange la scomparsa del suo enfant terrible 65enne, i più grandi interpreti contemporanei rendono omaggio a chi consideravano un mistero vivente.


LE TESTIMONIANZE DEI GIGANTI

Joaquin Phoenix: "Il suo Doc Holliday era un masterclass: studiai quelle scene per Joker"
Cate Blanchett: "Nessuno come lui ha saputo fondere genio e autodistruzione"
Daniel Day-Lewis (in rare dichiarazioni): "La sua ricerca della verità era spaventosa"


L'ENIGMA KILMER: TRA METODO E FOLLIA

  • Per The Doors (1991) smise di essere Val per 18 mesi: i veri Morrison lo chiamavano Jim per errore

  • In The Saint (1997) imparò il russo solo per rifiutare poi un doppiatore

  • Durante Batman Forever (1995) modificava le battute di notte, mandando in bestia Joel Schumacher

"Era come un jazzista", ricorda Ethan Hawke, "improvvisava melodie che solo lui sentiva".


Dopo il cancro alla gola (2015), Kilmer si era ritirato nel suo ranch del New Mexico:
✔ Costruì una cappella per pregare con i cavalli
✔ Scrisse memorie con un voice synthesizer
✔ Rifiutò 50 milioni per un Top Gun 3: "Maverick è morto con Tony Scott"

L'ultima performance? Un cameo in Wind River 2 (2024), dove comunicava solo con gli occhi. "Era più potente di qualsiasi monologo", dice Jeremy Renner.

Sulla sua lapide, forse, scriveranno ciò che disse a Michael Biehn sul set di Tombstone: "Sono la tua ombra, amico. E le ombre uccidono".



 


C’è una sottile linea che separa l’identità costruita dall’identità ricevuta, e il cinema hollywoodiano – macchina di sogni e insieme officina di mistificazioni – l’ha attraversata così spesso da averne fatto un’abitudine, quasi una regola non scritta. Ma poche storie illustrano con altrettanta efficacia il paradosso dell’autenticità nell’industria dell’intrattenimento quanto quella di Victor Daniels, meglio noto al pubblico come Capo Thundercloud: un attore che per due decenni, dal 1935 al 1955, interpretò sullo schermo i guerrieri nativi americani che nella vita reale aveva soltanto simulato di essere. Alto, moro, dal naso aquilino e dalla corporatura possente, Thundercloud aveva tutto il physique du rôle per incarnare il capo indiano da manuale. E a differenza di tanti suoi colleghi bianchi che si limitavano a indossare la pelle scura e una parrucca di capelli lunghi, lui portava in scena anche una narrazione: quella di un’orgogliosa discendenza Creek e Cherokee, di genitori di nome Dark Cloud e Morning Star, di un’educazione tribale che lo rendeva, a suo dire, un “aristocratico” tra i suoi simili. Peccato che nulla, assolutamente nulla, di tutto ciò fosse vero.

Il vero nome dell’attore era Victor Daniels. Suo padre si chiamava Jesus Daniels, sua madre Tomaca Daniels, e l’albero genealogico della famiglia, anziché ramificarsi nelle praterie del Midwest native american, affondava le radici in una mescolanza prevalentemente bianca con un’infarinatura di origini latinoamericane. Era proprio quel tocco latino – forse un avo spagnolo, forse messicano, i documenti non sono univoci – a regalargli quell’aspetto “tenebroso” che, abbinato a un abbronzatura studiata e a una chioma scura tenuta lunga, poteva passare per nativo americano agli occhi di registi e casting director che, va detto, di nativi americani veri avevano visto ben pochi. In un’epoca in cui gli studi cinematografici non si facevano scrupoli a imbiancare la pelle a attori come Paul Muni per interpretare Émile Zola o a orientalizzare Rudolph Valentino, il grado di accuratezza etnografica richiesto per un ruolo da capo indiano era, per usare un eufemismo, approssimativo. Thundercloud sfruttò questa approssimazione con la precisione di un orafo.

Ma non è soltanto la finzione etnica a rendere il caso di Victor Daniels degno di attenzione. È l’architettura completa della menzogna, l’attenzione maniacale ai dettagli, la coerenza quasi letteraria con cui l’attore costruì il proprio personaggio anche fuori dal set. Raccontava di aver frequentato l’Università dell’Arizona, dove sarebbe stato ammirato per le sue doti atletiche e in particolare per la sua abilità nel pugilato. Un particolare, quest’ultimo, che non solo aggiungeva fascino eroico alla biografia, ma spiegava anche la sua prestanza fisica e la sua agilità nelle scene d’azione. Peccato che i registri dell’ateneo non riportino traccia di alcuno studente di nome Victor Daniels negli anni in cui l’attore sosteneva di averli frequentati. E peccato anche che i documenti d’epoca non rivelino tracce di una carriera pugilistica, dilettantistica o professionistica, che potesse avvalorare la leggenda. Thundercloud non era mai salito su un ring, se non quello metaforico del set cinematografico.

Eppure, per vent’anni nessuno si pose domande. O meglio: nessuno volle porsene. Il pubblico degli anni Trenta e Quaranta, educato a un’idea romantica e spesso funerea del nativo americano come nobile selvaggio in via di estinzione, trovava rassicurante che un uomo dall’aspetto così marcatamente “indiano” potesse raccontare la propria presunta storia di orgoglio tribale. Gli studios, dal canto loro, avevano scarso interesse a verificare le credenziali di un caratterista che non aveva mai preteso di essere una star di prima grandezza, ma che riempiva con competenza ruoli di supporto – il guerriero, il capo, il saggio della tribù – in western e avventure coloniali. Thundercloud non era un divo, e questo lo proteggeva: più bassa è la visibilità, meno pressione c’è per la verifica. Se avesse tentato di diventare il nuovo Johnny Weissmuller, qualcuno avrebbe forse alzato il sopracciglio. Così, rimanendo nell’ombra dorata dei comprimari, poté continuare a mentire indisturbato.

La domanda che questo caso solleva – e che trascende la biografia di un attore di serie B – è una domanda scomoda: di chi è la colpa, quando una menzogna identitaria riesce? Di chi mente, o di chi vuole essere ingannato? Perché nel cinema hollywoodiano dell’epoca, come ancora oggi in molti comparti dell’industria culturale, esiste una domanda strutturale di “autenticità di facciata” – qualcuno che assomigli al personaggio, che parli con l’accento giusto, che abbia la carnagione adatta – ma esiste anche una straordinaria riluttanza a verificare se quella somiglianza sia sostanziale o soltanto accidentale. Victor Daniels assomigliava a ciò che Hollywood pensava fosse un nativo americano. E poiché l’industria non aveva interesse a saperne di più, lui non ebbe mai bisogno di rivelare la verità. In un certo senso, la menzogna non fu soltanto la sua: fu un’invenzione collettiva, un patto non scritto tra un attore che voleva lavorare e un sistema che voleva credere.

Ciò che rende la vicenda particolarmente amara è la consapevolezza che, mentre Thundercloud impersonava i guerrieri nativi con dignitosa fierezza, veri attori nativi americani – pochi, malpagati, confinati in ruoli umilianti o semplicemente esclusi – faticavano a ottenere anche quelle stesse parti che venivano regolarmente assegnate a bianchi con la pelle abbronzata o a ispanici con un buon agente. La menzogna di Victor Daniels non danneggiò solo la verità anagrafica: danneggiò la comunità che diceva di rappresentare, occupando posti che avrebbero potuto – e forse dovuto – andare a chi quelle origini le possedeva davvero. Ma il sistema, si sa, premia chi sa recitare la parte, non chi ha il certificato di nascita in regola.

Quando Thundercloud si ritirò dalle scene, a metà degli anni Cinquanta, il segreto era ancora sostanzialmente intatto. Solo con il tempo e con il lavoro di alcuni appassionati di storia del cinema la verità venne a galla: Victor Daniels non era mai stato un capo, non discendeva da alcuna tribù, non aveva combattuto battaglie sul ring né frequentato aule universitarie. Era stato semplicemente un attore molto bravo a interpretare se stesso – un se stesso inventato da capo a piedi. E in un’industria che da sempre confonde l’essere con l’apparire, forse questa era l’unica dote veramente necessaria. Il caso Thundercloud insegna che la celebrità non premia la verità, ma la coerenza della finzione. E finché la finzione è ben confezionata, pochi si preoccupano di scartare il pacchetto per vedere cosa contenga davvero.



Cesio Endrizzi





 


 C’è un momento, nella storia del cinema comico, in cui l’assurdo raggiunge una tale densità filosofica da travalicare la semplice risata per trasformarsi in una dichiarazione di metodo. Quel momento, per chi ha frequentato con devozione la filmografia di Mel Brooks, risponde al nome di Frankenstein JuniorYoung Frankenstein nel titolo originale – e in particolare a una sequenza che il regista avrebbe volentieri lasciato sul pavimento della sala di montaggio: il numero musicale su “Puttin’ on the Ritz”. La scena, oggi giustamente celebrata come uno dei vertici della commedia americana del Novecento, non solo sopravvisse all’intenzione autoriale contraria, ma divenne l’emblema stesso del film: un mostro ricucito con un cervello “Abby Normal” – errore di trascrizione per “abnormal”, anomalo – che indossa cilindro e frac e tenta, con le corde vocali di un morto ambulante, di intonare un inno alla raffinatezza della high society newyorkese. Il risultato è un ruggito gutturale, un “Puuuuttin’ onnnn daaa Riiiieeeetz” che non assomiglia a nulla di umano, eppure comunica tutto: l’arroganza della scienza, la vanità dell’educazione, la resistenza della materia alla cultura.

Per comprendere la posta in gioco, occorre tornare al 1974, quando Brooks – già affermato con Per favore, non toccate le vecchiette e Mezzogiorno e mezzo di fuoco – decise di rendere omaggio ai film horror della Universal degli anni Trenta. Non una parodia sghignazzante, come avrebbe potuto tentare un regista meno raffinato, ma una ricostruzione filologica, quasi devota, degli ambienti e delle atmosfere che avevano fatto la fortuna di Boris Karloff e Colin Clive. Brooks e il suo team si spinsero fino a rintracciare le originali apparecchiature di laboratorio costruite da Kenneth Strickfaden per il Frankenstein del 1931. Le bobine di Tesla, gli interruttori a manovella, le vasche di vetro e i manometri: tutto doveva essere autentico, perché l’autenticità dell’ambientazione era la condizione necessaria perché la comica potesse esplodere per contrasto. In questo universo ricostruito con la cura di un museo, l’idea di far ballare il mostro sembrava a Brooks una stonatura, un cedimento alla farsa che avrebbe rotto l’incantesimo. Un mostro che fa tip tap, ragionava il regista, non è spaventoso né tenero: è semplicemente ridicolo nel senso basso del termine, una macchietta da varietà.

Gene Wilder, che oltre a interpretare il dottor Frederick Frankenstein – pronuncia “Fronkensteen” – aveva co-sceneggiato il film con Brooks, la pensava esattamente all’opposto. Wilder, attore dalla vena apparentemente gentile ma dotato di una ferrea logica comica, sosteneva che il numero musicale non fosse una semplice gag isolata, bensì il compimento drammaturgico dell’intera psicologia del protagonista. Il dottor Frankenstein, nipote del celebre Victor, arriva in Transilvania con la presunzione di poter domare la follia ereditata attraverso il metodo scientifico e l’autocontrollo borghese. Si veste con eleganza, parla con distacco, e quando decide di dimostrare ai colleghi della comunità scientifica che il suo mostro non è una bestia senza cervello, non escogita una lezione di bioetica né una dimostrazione di empatia. No: mette il mostro in frac e cilindro e lo fa cantare. È questa, per Wilder, l’essenza della comicità più alta: l’arroganza del civilizzato che crede di poter estrarre la cultura da un corpo riassemblato in laboratorio. Il fatto che il mostro, con il suo cervello “Abby Normal”, riesca a emettere soltanto un borborigmo ritmico non è un fallimento della gag: è la gag stessa. La scienza che si illude di creare l’uomo perfetto e si ritrova un essere che mugola Irving Berlin.

La discussione tra Brooks e Wilder fu, a detta di tutti i presenti, accesissima. Non uno di quegli screzi da camerino che si risolvono con una pacca sulla spalla, ma uno scontro di visioni così profondo da portare Wilder sull’orlo delle lacrime. L’attore, che pure aveva costruito la sua carriera su un’apparente mitezza nevrotica, non era disposto a cedere. Non perché quella scena fosse la sua preferita, non perché contenesse la sua battuta più brillante, ma perché – e questo è il tratto distintivo dei grandi artisti – aveva compreso qualcosa sulla struttura del film che il regista, forse troppo innamorato delle sue atmosfere, non vedeva. Brooks, dal canto suo, aveva il potere di tagliare. Era il suo nome sul poster, era la sua macchina produttiva. Ma di fronte all’intensità della convinzione di Wilder, fece una cosa rara per un autore di successo: si arrese all’argomento migliore. “Se ti batti così tanto per questa cosa”, gli disse, “deve essere giusta”. E la scena rimase.

Oggi, a quasi mezzo secolo di distanza, è difficile immaginare Frankenstein Junior senza quel numero musicale. Le innumerevoli citazioni, i meme, le imitazioni, persino le esecuzioni in concerto – il compositore John Morris ne trasse un arrangiamento per orchestra – hanno consacrato “Puttin’ on the Ritz” come il momento più iconico dell’intero film. Eppure, non è solo la popolarità a rendere giusta la decisione di Wilder. È la coerenza interna: in un film che parla di mostri e dei loro creatori, di eredità familiari e di tentativi falliti di redimere la follia, la scena del tip tap rappresenta il punto di massima tensione tra l’aspirazione umana al controllo – la cultura, l’eleganza, la musica – e la resistenza opaca della materia. Il mostro non canta perché è stupido. Il mostro non canta perché è morto. Il mostro non canta perché ogni tentativo di ridurre la complessità della vita a uno schema coreografico è destinato a fallire. E in questo fallimento, paradossalmente, risiede la sua umanità.

La morale della vicenda, per chi scrive, non riguarda soltanto il cinema. Riguarda il processo creativo in tutte le sue forme: la tensione tra l’intuizione del momento e il progetto complessivo, tra chi vede l’albero e chi vede la foresta, tra la prudenza di chi teme di rompere l’incanto e l’audacia di chi sa che l’incanto, a volte, si rompe proprio per diventare magia. Mel Brooks aveva ragione a temere che un mostro ballerino potesse apparire stonato rispetto all’omaggio ai classici horror. Ma Gene Wilder aveva ragione a credere che proprio quella stonatura fosse la nota più giusta. E così, un cadavere rianimato con un cervello sbagliato, vestito come un dandy di Broadway, continua a insegnarci che l’arte più alta non è quella che non sbaglia mai, ma quella che sbaglia splendidamente, con frac e cilindro, davanti a una comunità scientifica che non sa se ridere o fuggire.

Cesio Endrizzi







 


Esiste una forma di violenza culturale che non lascia lividi visibili, non viene perseguita dal codice penale eppure distrugge carriere, prosciuga dignità, condanna al silenzio persone che hanno dedicato la vita all’arte del racconto. È la violenza dello sguardo che giudica il corpo altrui come fosse un prodotto difettoso, una merce fuori catalogo, un oggetto che ha smarrito la sua funzione estetica. E se esiste un caso emblematico di questa ingiustizia silenziosa, un caso da manuale per chiunque voglia comprendere il rapporto tossico tra celebrità, immagine e malattia, quello è senza dubbio Kathleen Turner. Attrice dalla voce inconfondibilmente roca e sensuale, musa di registi come Coppola e Kasdan, interprete indimenticabile di Brass e Porky's – ma anche, e soprattutto, di Chi ha incastrato Roger Rabbit e Il grande caldo – Turner fu negli anni Ottanta una delle poche presenze femminili in grado di competere con i divi maschi per presenza scenica e autonomia intellettuale. Poi, all’inizio degli anni Novanta, qualcosa si spezzò. Non la sua arte, non la sua volontà, ma il suo corpo. E il corpo, nel giudizio spietato dell’industria dell’intrattenimento e dei suoi corollari mediatici, è tutto.


La cronaca di quegli anni racconta una parabola tanto rapida quanto ingenerosa. L’attrice che aveva incantato Hollywood con la sua bellezza selvatica e la sua sicurezza priva di affettazione comincia a mostrarsi in pubblico con un aspetto fisico radicalmente mutato. Il viso si arrotonda, le forme si fanno più pesanti, l’andatura perde quella disinvoltura felina che era stata uno dei suoi tratti distintivi. I tabloid – e non solo loro – non si pongono domande. Non cercano cause, non interrogano medici, non telefonano agli agenti. Hanno già la loro storia: l’attrice è ingrassata perché non riceve più ruoli, e non riceve più ruoli perché è ingrassata. Un circolo vizioso raccontato come una colpa morale. Si mormora di alcol, di depressione, di abbuffate solitarie. Qualcuno scrive che sta “annegando i propri insuccessi nel cibo e nel vino”. Nessuno, in redazione, si chiede se dietro quel corpo tradito possa esserci una malattia. Perché la malattia non fa notizia, almeno finché non uccide. Il giudizio estetico, invece, vende.

La verità, come spesso accade, era molto più prosaica e molto più tragica. Kathleen Turner soffriva di artrite reumatoide, una patologia autoimmune degenerativa che attacca le articolazioni, provoca infiammazioni croniche, dolori lancinanti e – aspetto che i giornalisti non potevano vedere – una progressiva perdita di funzionalità motoria. Non era il cibo, non era l’alcol, non era la delusione professionale a mutare il suo corpo: erano i cortisonici, erano i farmaci immunosoppressori, era la chemioterapia che all’epoca rappresentava una delle poche opzioni terapeutiche per tentare di rallentare la progressione della malattia. Per otto lunghi anni, l’attrice visse una condizione che definire infernale non è retorica: dolori così intensi da impedirle di girare la testa, di camminare, di tenere in braccio il figlio. Le mani gonfie al punto da non riuscire a impugnare una penna. I piedi talmente tumefatti da rendere impossibile infilare un paio di scarpe. E in mezzo a tutto questo, la chemioterapia che devasta il corpo mentre tenta di salvarlo.

Turner, per temperamento e per pudore – una virtù rara nel mondo dello spettacolo – scelse inizialmente il silenzio. Non voleva che la sua malattia diventasse uno spettacolo. Temeva, con lucidità spietata, che se i produttori avessero saputo della sua artrite reumatoide, nessuno le avrebbe più offerto ruoli. Non perché fosse meno brava, ma perché l’assicurazione sul set sarebbe lievitata, perché i tempi di produzione sarebbero diventati incerti, perché un’attrice che soffre è un’attrice scomoda. Così tacque. E i media, non trovando una spiegazione ufficiale, ne inventarono una. La peggiore possibile: quella della decadenza autoindotta, della volontà che cede, del carattere che si corrompe insieme al corpo. Non una vittima, ma una colpevole. Non una malata, ma una sciatta.

La svolta arrivò dopo quasi un decennio di calvario, quando una nuova terapia – basata su farmaci biologici in grado di bloccare specifiche molecole infiammatorie – permise all’attrice di entrare in remissione. Non una guarigione, perché l’artrite reumatoide non guarisce, ma una condizione di controllo sufficiente a restituirle un’esistenza dignitosa. Kathleen Turner tornò a camminare, a recitare, a scrivere. Nel 2008 pubblicò un’autobiografia intitolata Send Yourself Roses – “Inviatevi rose” – dove finalmente rivelò la verità, raccontò il calvario, nominò i farmaci, descrisse i dolori. E l’opinione pubblica, con quel ritardo morale che la contraddistingue, scoprì di aver giudicato male. Ma le scuse, quando arrivano, arrivano sempre troppo tardi. I ruoli perduti non si riprendono. Le umiliazioni subite non si cancellano.

La storia di Kathleen Turner non è soltanto una vicenda personale, per quanto dolorosa. È uno specchio in cui si riflette l’intero meccanismo di giudizio che la società – e in particolare l’industria culturale – applica ai corpi delle donne. Un uomo che ingrassa può essere un “bon vivant”, un caratterista, persino un attore più autorevole. Una donna che ingrassa è, immediatamente, una che si è lasciata andare. Un uomo che soffre può mostrarsi vulnerabile; una donna che soffre ma non racconta la sua sofferenza secondo i canoni del pathos televisivo viene bollata come capricciosa o autodistruttiva. Turner subì questa ingiustizia doppia: prima quella della malattia, che nessuno aveva scelto; poi quella del racconto altrui, che nessuno aveva autorizzato. E lo fece con una dignità che, a posteriori, appare quasi incredibile. Non denunciò i giornali, non fece causa, non cercò vendetta. Scrisse un libro, poi tornò a recitare. E vinse, a modo suo, perché la sua voce – quella voce inconfondibile – è rimasta.

Oggi, in un’epoca che scopre con ritardo il valore dell’inclusione e la necessità di rappresentare corpi diversi sullo schermo, la parabola di Kathleen Turner dovrebbe essere letta come un monito. Ogni volta che un’attrice compare in pubblico con un fisico non conforme ai canoni, ogni volta che i social media si scatenano su un “prima e dopo”, ogni volta che un commentatore spiega con leggerezza che “si è lasciata andare”, sarebbe bene ricordare che dietro quel corpo c’è una persona, e dietro quella persona c’è una storia che non conosciamo. Forse è solo grasso, come dicono i maligni. Forse è una gravidanza, forse una depressione, forse una tiroide impazzita. O forse, come nel caso di Kathleen Turner, è una malattia autoimmune che distrugge le articolazioni mentre il mondo la guarda e la giudica. E allora la domanda non è: perché quell’attrice è ingrassata? La domanda è: perché chi guarda si sente autorizzato a giudicare?



Cesio Endrizzi



L’episodio, risalente al novembre del 2020, è stato riesumato in queste ore dalla stampa internazionale con la forza di un classico istantaneo: il regista Tristram Shapeero, durante un’audizione su Zoom per una serie televisiva ancora non specificata, si lascia sfuggire un commento che avrebbe dovuto restare in privato. “Poor little things. Living in their tiny little apartments”, sospira, credendo il microfono disattivato . La “cosa piccola” in questione è Lukas Gage, attore venticinquenne all’epoca già noto per ruoli in Euphoria e The White Lotus, che dall’altra parte dello schermo ascolta tutto e risponde con una prontezza che è insieme dignità e autodifesa: “Lo so, lo so, è un appartamento di merda, lo so. Dammi questo lavoro così posso permettermi un appartamento migliore” . La battuta diventa virale, Shapeero si scusa pubblicamente, e l’industria di Hollywood si interroga per qualche giorno sul proprio snobismo di classe. Poi, come sempre accade, l’indignazione si raffredda, i riflettori si spostano, e tutto torna come prima.

Eppure, quel commento – e la reazione che ha suscitato – rivela qualcosa di profondo e inquietante sulle aspettative che l’industria dell’intrattenimento riversa sui propri attori, specialmente quelli alle prime armi o non ancora consacrati dal successo. Non si tratta, come qualcuno potrebbe obiettare, di semplice maleducazione o di un episodio isolato di insensibilità. Si tratta, piuttosto, della spia di un sistema che esige dagli interpreti una finzione che va ben oltre la prestazione scenica: quella di proiettare l’immagine di un successo già raggiunto, di una sicurezza economica che giustifichi la fiducia che produttori e registi sono chiamati a investire in loro. Hollywood, in altre parole, pretende che l’attore appaia già ricco prima ancora di essere pagato.

La dinamica, per chi ha familiarità con i meccanismi del casting, è semplice nella sua perversità. Gli attori che si presentano ai provini – specie per ruoli di rilievo – vengono giudicati non solo sulla loro bravura, ma anche sulla loro “presentabilità”, su quel complesso di abbigliamento, portamento, sicurezza e, sì, ambiente domestico che trasmette l’idea di qualcuno che è già a suo agio nel mondo dorato dello spettacolo. Un attore che vive in un monolocale condiviso, che guida una macchina vecchia di dieci anni, che non può permettersi un abito su misura o una sedia da regista con il proprio nome ricamato, rischia di essere percepito come “poco professionale”, “poco affidabile”, “non ancora pronto”. E questa percezione, anche quando è inconsapevole, influisce sulle decisioni di casting. Non perché registi e produttori siano necessariamente cattivi – spesso sono semplicemente prigionieri della stessa bolla – ma perché l’industria ha interiorizzato l’idea che il talento e il successo vadano di pari passo con un certo tenore di vita. Se l’attore non sembra ancora ricco, forse non è ancora abbastanza bravo.

Il paradosso, naturalmente, è che la stragrande maggioranza degli attori professionisti – inclusi quelli che compaiono regolarmente in serie televisive di successo – vive in condizioni economiche precarie. Secondo i dati della Screen Actors Guild‐AFTRA, il sindacato che rappresenta circa 160.000 attori, broadcaster e giornalisti, il reddito mediano di un membro SAG-AFTRA è di circa 35.000 dollari all’anno, ben al di sotto della soglia di 26.470 dollari che dà diritto all’assicurazione sanitaria sindacale . Ciò significa che più della metà degli attori professionisti non guadagna abbastanza per qualificarsi per il piano sanitario della propria unione, e molti di loro devono fare affidamento su lavori secondari – camerieri, baristi, fattorini, insegnanti di recitazione – per arrivare a fine mese . Eppure, a ogni provino, devono presentarsi come se nulla fosse: freschi, riposati, abbronzati, con i capelli perfetti e l’abito giusto. Devono simulare la sicurezza di chi ha già superato la lotteria di Hollywood, anche se la notte prima hanno dormito su un divano-letto in un monolocale condiviso con altri due attori disoccupati.

La pandemia, e il conseguente passaggio ai provini a distanza via Zoom, ha reso questa finzione improvvisamente insostenibile. Prima del 2020, l’attore poteva nascondere la propria precarietà dietro la facciata neutra di una sala provini affittata per l’occasione, o dietro la macchina decente noleggiata per l’audizione. Ma il video dal proprio salotto – o dal proprio angolo di camera – ha spazzato via questi espedienti. D’un tratto, i registi potevano vedere il divano sfondato, il tappeto macchiato, la parete scrostata, le tendine dell’Ikea. Potevano sentire il rumore del traffico o il pianto del vicino. E molti di loro, come Shapeero, hanno reagito con quel misto di compassione e disgusto che tradisce l’abitudine a un privilegio che non si è mai messo in discussione. “Poveri piccoli”, ha sospirato il regista, usando un diminutivo che riduce l’attore a un oggetto di carità, a un animaletto da compatire. Non un collega, non un artista, non un professionista che sta facendo il proprio lavoro. Un “povero piccolo”, appunto.

La risposta di Gage, in questo contesto, è stata un capolavoro di intelligenza tattica. Non ha perso tempo a indignarsi, non ha lanciato invettive contro l’ipocrisia del sistema, non ha denunciato il regista per umiliazione. Ha semplicemente detto la verità, con l’onestà disarmante di chi non ha nulla da perdere: “Lo so che è un appartamento di merda. Dammi questo lavoro così posso permettermi uno migliore”. In una frase, ha smontato l’intero castello di bugie su cui si regge l’industria del casting. Ha ammesso pubblicamente ciò che tutti sanno ma nessuno dice: che gli attori fanno i provini perché hanno bisogno di lavorare, e che il lavoro serve a pagare l’affitto, non ad arricchire la propria aura di star. Ha infranto la regola non scritta di Hollywood – non mostrare mai le proprie difficoltà economiche, non ammettere mai di avere bisogno di soldi – e l’ha fatto con un sorriso, trasformando un momento potenzialmente umiliante in un atto di rivendicazione di classe.

La morale della vicenda, se di morale si può parlare, è che Hollywood continua a nutrirsi di un’ipocrisia che danneggia sia gli attori che l’arte stessa. Gli attori, costretti a vivere al di sopra delle proprie possibilità pur di apparire credibili, accumulano debiti e stress che spesso compromettono la loro salute mentale e la loro capacità creativa. L’arte, dal canto suo, perde l’accesso a talenti che non possono permettersi di trasferirsi a Los Angeles o New York, o che devono rinunciare alla carriera dopo anni di precarietà. E i registi, i produttori, i direttori del casting, continuano a vivere nella loro bolla, circondati da assistenti e addetti ai lavori che confermano i loro pregiudizi, senza mai guardare realmente negli occhi chi dalla loro parte dello schermo sta lottando per sopravvivere. Shapeero si è scusato, Gage ha ottenuto il ruolo (in You, la serie Netflix) e da allora la sua carriera ha preso il volo. Ma quanti altri “poveri piccoli” continuano a essere giudicati non per il loro talento, ma per la grandezza del loro soggiorno? Quanti provini finiscono con un clic, un “next”, senza che nessuno si accorga che dall’altra parte c’è una persona in carne e ossa, con le sue bollette da pagare e i suoi sogni da realizzare? Il caso Gage non ha risolto il problema, ma ha almeno avuto il merito di svelarlo. E in un’industria costruita sull’illusione, svelare è già un inizio.

Cesio Endrizzi




L’immagine è scolpita nella storia del rock: Slash in cilindro, Gibson Les Paul a tracolla, la sigaretta che pende dalle labbra, un assolo che si snoda come un serpente blues. Per milioni di fan, quella silhouette era l’anima musicale dei Guns N’ Roses, il contraltare chitarristico alla voce visionaria e sboccata di Axl Rose. E poi, nell’ottobre del 1996, tutto finì. Slash lasciò la band che aveva contribuito a rendere leggendaria, e lo fece non per soldi, non per ego, non per l’ennesima lite da backstage, ma per una divergenza creativa che era insieme artistica e profondamente personale: Axl voleva sintetizzatori industrial e orchestrazioni wagneriane; Slash voleva hard rock sporco, riff blues, chitarre che suonassero come motori V8 in sovralimentazione. E quando Axl, senza dirlo a nessuno, fece sovrapporre l’assolo di Slash da un amico d’infanzia, il cerchio si chiuse.

La frattura musicale era iniziata anni prima. Dopo il successo planetario di Appetite for Destruction (1987) e la doppia follia di Use Your Illusion I & II (1991), la band si trovò a un bivio. Slash, che aveva nel sangue il rock classico – i Rolling Stones, Aerosmith, Led Zeppelin – voleva tornare all’essenziale: chitarre alzate, batteria dritta, attitudine da strada. Nel periodo post-Illusion, portava in studio riff grezzi e potenti, ma Axl li scartava sistematicamente, o voleva modificarli con aggiunte orchestrali, tastiere, campionamenti. Alcuni di quei riff, scartati dai Guns, finirono nel progetto parallelo di Slash, i Slash’s Snakepit, e diventarono canzoni come “Been There Lately” e “Lower”. Era il segno che il terreno comune si stava riducendo a una striscia di deserto.

Axl, dal canto suo, guardava altrove. Affascinato dalle atmosfere cupe e sintetiche dei Nine Inch Nails, e sempre più convinto che la grandiosità di “November Rain” fosse la strada maestra, voleva trasformare i Guns in una creatura ibrida, dove la chitarra fosse solo uno degli strumenti, non il protagonista assoluto. La sua ossessione per i sintetizzatori e per le strutture complesse – che avrebbe poi portato all’album Chinese Democracy, pubblicato nel 2008 dopo quindici anni di lavorazione e decine di musicisti diversi – era già chiara a metà anni Novanta. E Slash, semplicemente, non ci stava. Non era il suo mondo. Non era il rock che aveva imparato ad amare da ragazzo.

Il colpo di grazia, quello che trasformò una divergenza artistica in una ferita personale incurabile, arrivò nel 1994. La band fu chiamata a registrare una cover di “Sympathy for the Devil” dei Rolling Stones per la colonna sonora del film Intervista col vampiro. Slash incise la sua parte, un assolo di chitarra blueseggiante e sporco, perfetto per il brano. Ma Axl, senza informarlo, chiamò in studio Paul Huge (o Paul Tobias), un suo amico d’infanzia che non aveva mai fatto parte della band in modo stabile, e gli fece sovrapporre una seconda parte di chitarra che imitava e in parte copriva l’assolo di Slash. Nel mix finale, il contributo di Huge fu alzato di volume, mentre quello di Slash fu abbassato. Slash scoprì il fatto ascoltando il brano finito, e la sensazione fu quella di un pugnale nella schiena. “Quello fu il momento in cui capii che la band era finita”, avrebbe detto anni dopo. “Non era più una questione di musica. Era una questione di rispetto”.

A peggiorare le cose c’era un altro elemento, meno romantico ma altrettanto decisivo: il potere. Anni prima, Axl si era legalmente assicurato i diritti sul nome Guns N’ Roses. In teoria, la band era ancora un gruppo di pari; in pratica, Axl poteva licenziare chiunque e imporre le sue decisioni senza il consenso degli altri. Questa asimmetria si era fatta sempre più pesante. Quando il chitarrista ritmico Gilby Clarke fu licenziato senza che Slash venisse consultato, il messaggio fu chiaro: i membri originali non erano più soci, erano dipendenti. Slash, che aveva costruito il suo suono e la sua identità sulla fratellanza della strada, non poteva accettarlo.

Così, nell’ottobre del 1996, Slash si dimise. Non ci furono drammi pubblici, non ci furono conferenze stampa incendiarie. Semplicemente, uscì dalla porta e non tornò più. I Guns N’ Roses, di fatto, cessarono di esistere come band coesa, anche se Axl continuò a portare avanti il nome con una formazione completamente nuova, che avrebbe impiegato anni a pubblicare Chinese Democracy – un album che Slash definì “non un album dei Guns N’ Roses”. Per quasi vent’anni, i due non si parlarono. Poi, nel 2016, arrivò la reunion parziale (senza il batterista Steven Adler, presente solo per poche date) e un tour mondiale che fruttò centinaia di milioni di dollari. Ma le ferite creative, quelle vere, non sono mai guarite del tutto. Perché la musica, per Slash, non era solo un mestiere: era un linguaggio, un codice genetico. E quando Axl cercò di riscriverlo, Slash preferì uscire di scena piuttosto che tradire il proprio suono.

Cesio Endrizzi




 


Nel rock’n’roll, dove le fedeltà durano quanto un bicchiere di Jack Daniel’s al primo round del tour, Michael Anthony rappresenta l’eccezione scomoda: l’uomo che fu cacciato non per aver suonato male, non per aver scritto troppe o troppe poche canzoni, ma per essersi rifiutato di odiare. La sua estromissione dai Van Halen, consumata tra il 2004 e il 2006 e ufficializzata nel 2007 con l’ingresso del quindicenne Wolfgang Van Halen al basso, è una delle pagine più tristi e insieme più rivelatrici della storia del rock: la vicenda di un musicista che scelse l’amicizia piuttosto che la convenienza, e che per questo fu privato del nome, del logo e del posto in una band che lui stesso aveva contribuito a costruire.

Tutto cominciò nel 1996, quando Sammy Hagar – il cantante che aveva guidato la band per undici anni e cinque album di successo – fu allontanato senza troppi complimenti dai fratelli Van Halen. Mentre Eddie e Alex tagliavano ogni ponte con Hagar, Anthony fece una scelta che gli sarebbe costata cara: continuò a essere suo amico. Negli anni successivi, Anthony suonò occasionalmente con la band solista di Hagar, i Waboritas, e partecipò a un progetto parallelo chiamato Planet Us. Per Eddie Van Halen, che in quegli anni lottava contro gravi problemi di tossicodipendenza e un comportamento sempre più instabile, la fedeltà di Anthony al suo “nemico” era un tradimento imperdonabile.

Il primo atto pubblico di questa frattura si consumò nel 2004, durante il disastroso tour di reunion con Hagar. Inizialmente, Eddie non voleva Anthony nel gruppo; prese in considerazione altri bassisti, ma Hagar si rifiutò di partecipare senza il suo amico. I fratelli Van Halen alla fine permisero ad Anthony di tornare, ma a condizioni umilianti: Anthony fu costretto a firmare un contratto che lo privava dei diritti sul nome e sul logo “Van Halen” e lo riduceva a un dipendente stipendiato, rinunciando alla sua storica quota del 25% dei profitti della band. “Ho dovuto rinunciare a parecchio per fare quel tour,” raccontò Anthony anni dopo. “Non avevo bisogno di soldi – l’ho fatto per i fan, per uscire con dignità”. Firmò quell’accordo umiliante solo per mantenere la pace e suonare un’ultima volta per il pubblico che lo aveva amato.

Il colpo di grazia arrivò dopo la fine disastrosa del tour. Mentre Eddie si disintossicava e iniziava a orchestrare una storica reunion con il cantante originale David Lee Roth, suo figlio Wolfgang – che aveva appena quindici anni – era diventato un talentuoso bassista. Eddie desiderava la serenetà e l’orgoglio di suonare al fianco di suo figlio, trasformando la band in una vera e propria impresa familiare. “Non sono mai andato da mio padre dicendo ‘dovrei suonare io il basso’,” ha raccontato Wolfgang. “A quel punto, volevo solo mantenere in vita mio padre”.

Anthony fu completamente emarginato, e alla fine scoprì di essere stato sostituito tramite i media. Nel 2007, il sito ufficiale dei Van Halen pubblicò le foto della nuova formazione: Wolfgang al basso, Anthony cancellato. Peggio ancora, per un certo periodo il suo volto fu rimosso anche dalle copertine degli album storici sul sito ufficiale, e il suo nome sparì dai crediti di canzoni classiche come “Panama” in alcuni database. Sammy Hagar descrisse l’atto come “una psicosi”, e rivelò che nei tour successivi la band usò nastri preregistrati della voce di Anthony per ricreare le sue celebri armonie vocali, perché né Eddie né Wolfgang potevano eguagliare la sua estensione. “Mike dovrebbe fargli causa per questo,” commentò Hagar.

Nonostante tutto, Anthony non ha mai alzato la voce. Ha rifiutato di criticare pubblicamente i fratelli Van Halen, e ha persino parlato bene del suo sostituto. “Wolfie è un grande ragazzo,” ha detto in un’intervista. “Suona batteria, chitarra, basso e canta. Mio padre, Ed, voleva che suo figlio suonasse con lui, e va benissimo. Ho scoperto che avrebbe suonato il basso… quando hanno fatto la conferenza stampa. Gli ho augurato buona fortuna in un paio di interviste, spero che le abbia lette”.

Mentre Eddie e Alex Van Halen tentavano di cancellarlo dalla storia della band, Anthony rifaceva la sua vita musicale con l’amico di sempre, Sammy Hagar. Insieme formarono i Chickenfoot, una superband con il chitarrista Joe Satriani e il batterista Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers, pubblicando due album di successo e trovando un pubblico che apprezzava la loro chimica senza drammi. “È molto più divertente di quanto si possa immaginare,” disse Hagar. “E molto più divertente che stare nei Van Halen”. Anthony ha suonato anche nei The Circle, l’altra band di Hagar, continuando a fare ciò che sa fare meglio: suonare il basso, cantare armonie perfette, e rimanere amico delle persone che ama.

Nel dicembre 2023, a distanza di vent’anni, Wolfgang Van Halen e Michael Anthony si sono incontrati a Las Vegas, durante un concerto di Mammoth WVH, la band di Wolfgang. Si sono abbracciati, hanno scattato una foto, e l’hanno pubblicata sui social. “Ho incontrato un vecchio amico allo show di Mammoth WVH stasera a Vegas,” ha scritto Wolfgang. “Ti voglio bene, Mikey”. Anthony ha risposto: “Andato a vedere i Mammoth WVH ieri sera qui a Vegas, e hanno dato tutto! Ti voglio bene Wolf, così bello vederti! (Orgoglioso di te, fratello!!)”.

È l’immagine che racchiude l’intera parabola di Michael Anthony: un uomo che non ha mai portato rancore, che ha accettato l’ingiustizia con dignità, che ha scelto l’amicizia invece dell’odio e che, alla fine, ha riconquistato il rispetto di tutti – compreso quello del ragazzo che l’ha sostituito. Eddie Van Halen, morto nel 2020, non ha mai fatto pace pubblicamente con Anthony, ma forse non era necessario: la pace, per Anthony, non è mai stata una questione di orgoglio, ma di coerenza. E su quella, nessuno ha mai potuto nulla da ridire.

Cesio Endrizzi


 


C’è una scena, ne “I due papi” di Netflix, in cui un cameraman riprende di nascosto Joseph Ratzinger intento a suonare il piano mentre rifugge dalle pressioni del conclave. La musica scorre, dolce e malinconica, e lo spettatore pensa: Bedřich Smetana, il grande compositore ceco, che azzeccata citazione colta. Peccato che Smetana, in realtà, non abbia mai scritto quella melodia. L’autore era seduto proprio lì, sulla sedia del papa fittizio: Sir Anthony Hopkins, due Premi Oscar e una passione per la musica che coltiva da quando, bambino a Margam, nel Galles, scoprì che il pianoforte poteva essere più divertente delle noiose esercitazioni di “Für Elise” .

La vicenda, raccontata in un’intervista che lo stesso Hopkins rilasciò a Classic FM e ripresa poi da diverse testate, è un piccolo gioiello di humour britannico e talento multidisciplinare. Durante le riprese del film, il regista Fernando Meirelles chiese a Hopkins – che interpreta Papa Benedetto XVI – di suonare un brano di Mozart. “Trovo Mozart un po’ prevedibile e noioso”, rispose l’attore, con la schiettezza di chi può permetterselo. “Ho un pezzo di Smetana che funzionerebbe meglio”. Meirelles, di fronte a un attore della sua statura, non osò contraddirlo. Hopkins si mise al piano, e suonò una melodia delicata, romantica, perfettamente in stile ottocentesco. Il regista fu entusiasta. I produttori, invece, iniziarono a sudare freddo: bisognava acquisire i diritti del brano di Smetana, e la procedura sarebbe stata costosa e complessa.

Fu allora che scoprirono la verità: il brano che Hopkins aveva suonato non era di Smetana. Non era di nessun compositore del passato, perché non era mai esistito prima di quel momento. Era una composizione originale di Anthony Hopkins, che l’attore aveva scritto e tenuto nel cassetto per anni, e che aveva abilmente “infilato” nel film spacciandola per un classico dell’Ottocento. Meirelles, invece di arrabbiarsi, rise di cuore. “Ci ha presi in giro”, ammise il regista . E decise di mantenere il brano nel montaggio finale, perché era semplicemente troppo bello per essere scartato.

Il talento musicale di Hopkins non è, come molti credono, un hobby da ritiro delle star. È una vocazione parallela, maturata in sei decenni di pratica silenziosa. Da bambino prendeva lezioni di piano, ma odiava la disciplina accademica; amava invece improvvisare, scrivere melodie su fogli sparsi e poi dimenticarseli nei cassetti . A 19 anni, mentre recitava al Liverpool Playhouse, si sedeva al piano del camerino nelle ore vuote e improvvisò un tema di valzer. Lo annotò su un pezzo di carta e lo dimenticò per oltre quarant’anni . Nel 2011, sua moglie Stella – che è anche la sua più severa critica musicale – lo incoraggiò a rispolverare quei vecchi manoscritti e a inviarli al celebre violinista olandese André Rieu. “Non mi aspettavo nemmeno una risposta”, raccontò Hopkins . Invece Rieu lo chiamò di persona: “È magnifico, lo devo suonare” . E da quella telefonata nacque “And the Waltz Goes On”, che Rieu eseguì per la prima volta dal vivo a Maastricht, di fronte a un pubblico in lacrime .

Il valzer divenne il pezzo centrale di un album di André Rieu, e nel 2012 la City of Birmingham Symphony Orchestra registrò un intero CD dedicato alle composizioni di Hopkins, intitolato “Anthony Hopkins – Composer” . L’album contiene nove tracce, tra cui le suite nostalgiche della sua infanzia gallese (“Margam”, “1947”), un brano dedicato alla moglie (“Stella”) e la feroce “Amerika”, ispirata al suo primo, scioccante impatto con New York nel 1974, quando, appena sbarcato e dopo qualche drink di troppo, si convinse che la città fosse in piena rivolta .

Eppure, per decenni, Hopkins ha tenuto nascosta questa parte di sé. Lo faceva per timidezza, o forse per quella che chiama la “maledizione” dell’autodidatta: non avendo una formazione accademica in composizione, si sentiva un intruso. “So scrivere le note che suono, ma non ho mai avuto una vera preparazione musicale. Sono benedetto e maledetto da questa libertà” . Nel 2008, fu invitato a dirigere la Dallas Symphony Orchestra in un suo brano intitolato “Schizoid Salsa”, esperienza che definì “travolgente e spaventosa” . Solo negli ultimi anni, superati i settanta, ha trovato il coraggio di mostrare pubblicamente il suo lavoro. “Ho sognato per anni di trasformare i miei scarabocchi in pezzi eseguiti da un’orchestra. È un sogno che si realizza” .

Questa è la vera curiosità su Anthony Hopkins: che il suo più grande colpo di genio, forse, non è stato interpretare un cannibale o un re in esilio, ma aver fatto credere a un regista di Hollywood e a una troupe intera che la sua musica fosse un classico da manuale. Una magica, involontaria, dimostrazione che il confine tra il talento autentico e il genio riconosciuto è spesso solo una questione di etichetta. E che, a volte, per essere un grande compositore, basta avere la faccia tosta di sedersi al piano e suonare come se lo fossi già.

Cesio Endrizzi



 


C’è un momento, in ogni dibattito pubblico sulla cancellazione delle opere d’arte in seguito agli scandali personali dei loro autori, che il pensiero razionale si arena sulla costa frastagliata dell’indignazione morale. Bill Cosby, condannato per aggressioni sessuali aggravate e poi scarcerato per vizi procedurali, rappresenta forse il caso più estremo di questa tensione tra opera e autore. Da un lato, “I Robinson” (The Cosby Show) è stato uno dei fenomeni televisivi più positivi e socialmente influenti della storia degli Stati Uniti: per otto stagioni, dal 1984 al 1992, ha mostrato all’America bianca una famiglia afroamericana colta, affettuosa, benestante e ironica, infrangendo decenni di stereotipi razzisti che volevano i neri confinati in ruoli subalterni o criminali. Dall’altro lato, Bill Cosby – il patriarca Cliff Huxtable, il medico amorevole, il padre perfetto – è stato rivelato come un predatore seriale, un uomo che per decenni ha drogato e violentato decine di donne. Come si conciliano queste due verità? Si può ancora amare la famiglia Huxtable senza giustificare Cosby? E chi ha lavorato allo show – attori, sceneggiatori, tecnici – merita di vedere la propria opera sepolta sotto il macigno dei crimini del suo protagonista?

La risposta di Ted Danson, riportata da un testimone in un talk show, è una di quelle rare perle di buon senso che emergono quando un attore smette di recitare e comincia a ragionare. Di fronte ai mugugni del pubblico, Danson non ha cambiato argomento né ha condannato Cosby con facili slogan. Ha invece chiesto un attimo di pausa, e ha ricordato che “quello show ha dato una svolta alla NBC e ha aiutato moltissime persone, sia all’interno che all’esterno della produzione, a intraprendere la carriera e a vivere la propria vita, compresa la mia. Gli altri attori e la troupe non c’entrano nulla con quello che ha fatto e non dovrebbero essere puniti. Vengono puniti, ma non è giusto”. Danson, che non aveva alcun interesse personale a difendere Cosby (non era nel cast della serie), ha toccato il punto dolente della cosiddetta “cancel culture”: l’opera d’arte è un bene collettivo, costruito dal lavoro di centinaia di persone, e distruggerla o rimuoverla dalla circolazione per punire una sola di esse – per quanto colpevole – è un atto di ingiustizia verso gli altri.

La carica rivoluzionaria de “I Robinson” è stata tale che ancora oggi, a quarant’anni di distanza, viene studiata nelle scuole di giornalismo e sociologia come esempio di comunicazione sociale attraverso l’intrattenimento. Prima del 1984, i personaggi neri in televisione erano per lo più bidelli, prostitute, spacciatori o, nel migliore dei casi, poliziotti secondari con battute stereotipate. La famiglia Huxtable, invece, era composta da un ginecologo e da un’avvocatessa, genitori amorevoli di cinque figli intelligenti, che vivevano in una bella casa di Brooklyn, parlavano un inglese colto e discutevano di problemi reali (droga, razzismo, sesso) con ironia e intelligenza. Per milioni di spettatori bianchi, i Robinson furono il primo contatto con una famiglia nera “normale”, abbattendo pregiudizi che nemmeno le lotte per i diritti civili erano riuscite a scalfire del tutto. Per milioni di spettatori neri, furono uno specchio in cui riconoscersi con orgoglio, una prova che si poteva essere di successo senza rinnegare le proprie radici. La serie fu un fenomeno di audience, rimanendo al primo posto per cinque stagioni consecutive, e lanciò le carriere di attori come Phylicia Rashad (Clair Huxtable), Keshia Knight Pulliam (Rudy, la bambina) e Malcolm-Jamal Warner (Theo), oltre a ispirare una generazione di sceneggiatori e registi afroamericani.

Quando, nel 2014-2015, emersero le prime testimonianze decennali delle violenze di Cosby, e poi la condanna nel 2018 (successivamente annullata dalla Corte Suprema della Pennsylvania nel 2021 per un accordo precedente che garantiva l’immunità), il dilemma si impose con brutalità. Molte reti televisive, spaventate dalla reazione del pubblico, sospesero le repliche de “I Robinson” e rimossero la serie dai cataloghi streaming. Alcune librerie rimossero i libri per bambini di Cosby dagli scaffali. E i fans si divisero: chi sosteneva che non si potesse più guardare un episodio senza provare nausea, chi invece continuava a distinguere tra l’attore (o il comico) e l’uomo. In questo dibattito, la voce degli altri membri del cast fu raramente ascoltata. Phylicia Rashad, che interpretava la moglie Clair, è sempre stata fedele a Cosby, definendolo “un uomo buono” e sostenendo che “la giustizia non è stata servita” – una posizione che le ha attirato molte critiche. Altri attori, come Joseph C. Phillips, hanno scelto un approccio più sfumato: condannare le azioni di Cosby ma riconoscere il valore della serie.

L’intervento di Danson, da outsider, ha il merito di spostare l’attenzione dal carnefice alle vittime collaterali: i colleghi che hanno lavorato onestamente e che vedono la loro opera d’arte – e i relativi compensi residui – minacciati dalla cancellazione. Non si tratta di perdonare Cosby né di sminuire le sofferenze delle sue vittime. Si tratta di chiedersi se la punizione debba estendersi a chi non ha colpe, e se l’oblio di un’opera d’arte che ha fatto così tanto bene alla società sia il prezzo giusto da pagare per espiare i crimini del suo creatore.

La risposta, per quanto scomoda, è che l’arte sopravvive all’artista, anche quando l’artista è un mostro. Così come leggiamo ancora Céline nonostante il suo antisemitismo, e ascoltiamo Wagner nonostante il suo uso da parte del regime nazista, così possiamo continuare a guardare “I Robinson” – con la consapevolezza del contesto, con il dolore per le vittime, ma anche con la gratitudine per il progresso sociale che ha portato. Separare l’opera dall’autore non è un atto di complicità, ma un atto di maturità culturale. Significa riconoscere che le opere, una volta consegnate al pubblico, acquistano una vita propria, indipendente dalle intenzioni (e dai crimini) di chi le ha create. E che cancellarle dalla storia non restituisce giustizia alle vittime, ma priva la società di uno strumento di crescita.

Cesio Endrizzi