C’è una clausola, nei contratti delle grandi star di Hollywood, che sembra scritta apposta per sfidare ogni principio di economia reale: si chiama “pay-or-play” (paga o recita), e stabilisce che l’attore riceverà l’intero compenso negoziato indipendentemente dal fatto che il film venga realizzato, che il suo ruolo venga tagliato, o che venga sostituito prima ancora di entrare in scena. Non è una leggenda metropolitana, né una voce di corridoio: Nicolas Cage una volta intascò venti milioni di dollari per un film su Superman mai girato, Johnny Depp incassò sedici milioni per un singolo giorno di lavoro sul set di Animali Fantastici, e il compianto Bob Hoskins rise per primo di sé quando ricevette duecentomila dollari per non aver interpretato Al Capone ne Gli Intoccabili. In un’industria dove i budget lievitano e le produzioni naufragano per i motivi più disparati, il “pay-or-play” è lo strumento con cui gli agenti proteggono i loro assistiti dal rischio di bloccare mesi di calendario per un progetto che potrebbe dissolversi come neve al sole. Ma è anche, visto da fuori, uno dei paradossi più irresistibili del capitalismo dello spettacolo: essere pagato profumatamente per non fare assolutamente nulla.

Il caso più celebre, quello che ha assunto i contorni di una leggenda metropolitana verificata, è appunto Nicolas Cage e il Superman Lives di Tim Burton. Era il 1998, e la Warner Bros. aveva ingaggiato Cage per interpretare l’Uomo d’Acciaio in una versione dark e grottesca firmata dal regista di Batman. Il budget stimato aveva già superato i cento milioni di dollari quando lo studio, preso da un attacco di prudenza finanziaria, decise di interrompere la produzione poche settimane prima dell’inizio delle riprese principali. Cage, che aveva già partecipato a riunioni, prove costume e letture sceniche, non aveva girato una sola scena. Eppure, grazie al suo contratto “pay-or-play”, intascò l’intero compenso pattuito: venti milioni di dollari. Non una buonuscita, non un acconto parziale: l’intera somma, per un film che non avrebbe mai visto la luce. Cage, interrogato in seguito sull’episodio, non ha mai mostrato imbarazzo. Ha lavorato – nel senso di essersi reso disponibile – e ha rispettato il contratto. Lo studio, dal canto suo, ha pagato per non avere un contenzioso legale e per mantenere buoni rapporti con una star che all’epoca era tra le più richieste di Hollywood.

Il caso Johnny Depp è, sotto certi aspetti, ancora più singolare perché mescola la logica del “pay-or-play” con le vicende giudiziarie personali dell’attore. Depp era stato scelto per riprendere il ruolo del mago oscuro Gellert Grindelwald in Animali Fantastici: I segreti di Silente, terzo capitolo della saga spin-off di Harry Potter. Aveva firmato un contratto da sedici milioni di dollari e aveva già girato una sola scena – una singola giornata di lavoro – quando la Warner Bros., sotto pressione per le polemiche seguite alla causa per diffamazione contro The Sun (che lo aveva definito “wife beater”), gli chiese di dimettersi. Le battaglie legali di Depp, ampiamente pubblicizzate, avevano creato un’immagine pubblica che lo studio non voleva associare a un franchise a vocazione familiare. Ma il contratto di Depp, stando alle indiscrezioni riportate dalla stampa specializzata, non conteneva una “clausola morale” (morality clause) che consentisse allo studio di rescindere l’accordo senza penali in caso di comportamenti reputati lesivi dell’immagine. Di conseguenza, la Warner fu obbligata a pagargli l’intero compenso di sedici milioni di dollari per un solo giorno di lavoro – forse il giorno più costoso nella storia del cinema, se si rapporta la paga alle ore effettivamente girate. Depp, da parte sua, non ha mai restituito il denaro e ha sempre sostenuto di essere stato vittima di una cacciata ingiusta. Lo studio ha preferito pagare piuttosto che affrontare una causa lunga e incerta.

L’esempio più divertente, e insieme più umano, di questa curiosa pratica appartiene però a Bob Hoskins, l’attore britannico noto per Chi ha incastrato Roger Rabbit e Mona Lisa. Nel 1987, il regista Brian De Palma stava preparando Gli Intoccabili, film sulla lotta tra Eliot Ness e Al Capone. De Palma voleva a tutti i costi Robert De Niro per il ruolo del gangster, ma i dirigenti della Paramount temevano che De Niro potesse rifiutare o chiedere un compenso astronomico. Per cautelarsi, ordinarono a De Palma di ingaggiare un sostituto di riserva, qualcuno che potesse subentrare all’ultimo minuto nel caso De Niro dicesse no. La scelta cadde su Hoskins, che firmò un contratto da duecentomila dollari con clausola “pay-or-play”. Alla fine, De Niro accettò il ruolo, e Hoskins non fu mai chiamato sul set. De Palma gli inviò un biglietto di ringraziamento, spiegando la situazione, e un assegno per l’intero compenso di duecentomila dollari. Hoskins, secondo la leggenda hollywoodiana, chiamò De Palma non appena ricevette il denaro e gli disse: “Brian, se hai altri film in cui non mi vuoi, figliolo, chiamami pure!”. Una battuta che racchiude l’ironia della situazione: essere pagato per non lavorare è, per un attore, il lusso più grande – non perché non ami recitare, ma perché il rischio di passare mesi in attesa di un progetto che poi si arena è uno dei costi nascosti della professione.

Il “pay-or-play” non è una clausola che si trova nei contratti degli attori esordienti o delle comparse. È uno strumento riservato alle star di primissimo piano, quelle che possono pretendere di bloccare il proprio calendario per mesi e di rinunciare ad altre offerte nella speranza che un film si faccia. Per una star come Cage o Depp, dire “sì” a un progetto significa dire “no” a molti altri. Il mancato avvio delle riprese non è solo una delusione artistica, ma una perdita economica concreta: hanno rifiutato altri film, hanno spostato impegni familiari, hanno investito tempo e energie in un progetto che non si è concretizzato. Il “pay-or-play” è la risposta contrattuale a questo rischio: lo studio paga per assicurarsi l’esclusiva della star, e se poi decide di non utilizzarla, paga comunque. Come una caparra capovolta: non è l’attore che perde l’acconto se rinuncia, ma lo studio che paga la penale se rinuncia lui.

Naturalmente, dal punto di vista dell’economia domestica, incassare milioni di dollari per non fare nulla è un’esperienza che il 99,9 per cento dei lavoratori del pianeta non potrà mai nemmeno immaginare. Ma nel contesto di Hollywood, dove i budget dei blockbuster superano i duecento milioni di dollari e dove le star sono considerate asset finanziari più che artisti, il “pay-or-play” è una norma, non un’eccezione. Ogni grande produzione ha nel suo bilancio una voce per i “fallout contrattuali” – il denaro che verrà pagato a stelle e registi anche se il film non si farà. A volte sono milioni, a volte decine di milioni. Ma nessuno, neppure lo studio più parsimonioso, oserebbe rischiare una causa con una star di prima grandezza per risparmiare qualche milione. Il costo reputazionale e legale sarebbe troppo alto. Così, l’assegno viene emesso, e l’attore incassa con la coscienza a posto: aveva firmato un contratto, lo studio lo ha onorato, e il film non si è fatto per ragioni indipendenti dalla sua volontà. In fondo, come disse Hoskins con il suo umorismo cockney, se devono pagarti per non lavorare, che sia almeno per un film che avresti voluto fare.

Cesio Endrizzi