La parabola di Mickey Rooney rappresenta una delle più drammatiche e contraddittorie della storia del cinema americano, un racconto che si snoda tra il fulgore della celebrità, la ricchezza sfrenata, la dissipazione, il razzismo e la miseria umana. La sua carriera, che lo vide diventare, negli anni Trenta, la star più pagata di Hollywood, si è conclusa con un testamento contestato e una bara che conteneva appena 18.000 dollari, il simbolo di una vita spesa a gettare via, con la stessa facilità con cui li guadagnava, enormi fortune. Ma il vero scandalo, quello che ha offuscato la sua eredità e che ancora oggi pesa sulla sua memoria, è un altro, ed è legato a una maschera grottesca e offensiva che indossò in uno dei film più celebri della storia del cinema.
È impossibile parlare di Rooney senza ricordare il suo ruolo nel film Colazione da Tiffany (1961), dove interpretava il signor Yunioshi, il vicino giapponese di Holly Golightly. La sua performance, che lo vedeva indossare una protesi con denti sporgenti, bendare gli occhi per alterarne la forma e parlare con un accento esagerato e caricaturale, è diventata oggi un esempio da manuale di "yellowface", una delle rappresentazioni più razziste e offensive mai viste sul grande schermo. Per decenni, Rooney difese la sua interpretazione come un innocuo intermezzo comico, diretto da Blake Edwards, ma solo molto più tardi nella vita espresse rammarico, affermando che avrebbe rifiutato la parte se avesse saputo che avrebbe suscitato tale offesa. Il suo pentimento tardivo non cancellò, però, l'immagine di un artista che, per ottenere una risata facile, non esitò a umiliare un'intera cultura, contribuendo a radicare stereotipi che ancora oggi faticano a essere superati.
La vita privata di Rooney fu altrettanto tumultuosa e costellata di scandali, a cominciare dalla sua relazione con la giovanissima Ava Gardner, rovinata dalla sua infedeltà e dalla sua dipendenza dal gioco d'azzardo. Ottenne il divorzio dopo soli 365 giorni di matrimonio e, durante la sua vita, accumulò ben otto matrimoni, ciascuno dei quali contribuì a prosciugare le sue finanze. Nonostante avesse guadagnato decine di milioni di dollari durante il periodo d'oro del sistema degli studios, la sua cattiva gestione finanziaria e gli obblighi di mantenimento lo costrinsero a dichiarare bancarotta più volte. La sua incapacità di gestire il denaro era leggendaria: sperperava il suo patrimonio in cavalli, donne e scommesse, fino a ritrovarsi, da divo, a fare la fila alla mensa dei poveri.
Le controversie, però, non lo abbandonarono nemmeno sul letto di morte. Nel 2011, a novant'anni, Rooney comparve davanti a una commissione del Senato americano per testimoniare sugli abusi sugli anziani, rivelando di essere stato sistematicamente sfruttato dalla sua stessa famiglia. Raccontò che il figliastro e il suo manager lo avevano maltrattato emotivamente, privato dei beni di prima necessità come cibo e medicine, e sottratto il suo patrimonio rimanente, svelando il volto più oscuro della sua vita famigliare. Quando morì nel 2014, a 93 anni, lasciò un testamento contestato che diseredava legalmente i figli sopravvissuti e l'ottava moglie, lasciando i suoi scarsi beni rimanenti all'unico figliastro che si era preso cura di lui negli ultimi giorni.
La storia di Rooney è, in definitiva, la storia di un uomo che ha avuto tutto e che ha finito per perdere tutto, e che ha vissuto la sua carriera e la sua vita con la stessa sconsiderata impulsività con cui si lanciava in un numero comico. È un monito su come la fama possa trasformarsi in una gabbia dorata, e su come la mancanza di una guida, di una visione del futuro, possa trasformare un genio in un uomo solo, deriso e dimenticato. Il suo nome resterà legato a due immagini contrapposte: quella del giovane attore prodigio che riempiva le sale e quella del vecchio attore grottesco, che in Colazione da Tiffany indossava una maschera razzista e che, nella vita reale, si è ritrovato a combattere contro i suoi stessi demoni e contro la sua stessa famiglia.
Cesio Endrizzi
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