Eppure, quel commento – e la reazione che ha suscitato – rivela qualcosa di profondo e inquietante sulle aspettative che l’industria dell’intrattenimento riversa sui propri attori, specialmente quelli alle prime armi o non ancora consacrati dal successo. Non si tratta, come qualcuno potrebbe obiettare, di semplice maleducazione o di un episodio isolato di insensibilità. Si tratta, piuttosto, della spia di un sistema che esige dagli interpreti una finzione che va ben oltre la prestazione scenica: quella di proiettare l’immagine di un successo già raggiunto, di una sicurezza economica che giustifichi la fiducia che produttori e registi sono chiamati a investire in loro. Hollywood, in altre parole, pretende che l’attore appaia già ricco prima ancora di essere pagato.
La dinamica, per chi ha familiarità con i meccanismi del casting, è semplice nella sua perversità. Gli attori che si presentano ai provini – specie per ruoli di rilievo – vengono giudicati non solo sulla loro bravura, ma anche sulla loro “presentabilità”, su quel complesso di abbigliamento, portamento, sicurezza e, sì, ambiente domestico che trasmette l’idea di qualcuno che è già a suo agio nel mondo dorato dello spettacolo. Un attore che vive in un monolocale condiviso, che guida una macchina vecchia di dieci anni, che non può permettersi un abito su misura o una sedia da regista con il proprio nome ricamato, rischia di essere percepito come “poco professionale”, “poco affidabile”, “non ancora pronto”. E questa percezione, anche quando è inconsapevole, influisce sulle decisioni di casting. Non perché registi e produttori siano necessariamente cattivi – spesso sono semplicemente prigionieri della stessa bolla – ma perché l’industria ha interiorizzato l’idea che il talento e il successo vadano di pari passo con un certo tenore di vita. Se l’attore non sembra ancora ricco, forse non è ancora abbastanza bravo.
Il paradosso, naturalmente, è che la stragrande maggioranza degli attori professionisti – inclusi quelli che compaiono regolarmente in serie televisive di successo – vive in condizioni economiche precarie. Secondo i dati della Screen Actors Guild‐AFTRA, il sindacato che rappresenta circa 160.000 attori, broadcaster e giornalisti, il reddito mediano di un membro SAG-AFTRA è di circa 35.000 dollari all’anno, ben al di sotto della soglia di 26.470 dollari che dà diritto all’assicurazione sanitaria sindacale . Ciò significa che più della metà degli attori professionisti non guadagna abbastanza per qualificarsi per il piano sanitario della propria unione, e molti di loro devono fare affidamento su lavori secondari – camerieri, baristi, fattorini, insegnanti di recitazione – per arrivare a fine mese . Eppure, a ogni provino, devono presentarsi come se nulla fosse: freschi, riposati, abbronzati, con i capelli perfetti e l’abito giusto. Devono simulare la sicurezza di chi ha già superato la lotteria di Hollywood, anche se la notte prima hanno dormito su un divano-letto in un monolocale condiviso con altri due attori disoccupati.
La pandemia, e il conseguente passaggio ai provini a distanza via Zoom, ha reso questa finzione improvvisamente insostenibile. Prima del 2020, l’attore poteva nascondere la propria precarietà dietro la facciata neutra di una sala provini affittata per l’occasione, o dietro la macchina decente noleggiata per l’audizione. Ma il video dal proprio salotto – o dal proprio angolo di camera – ha spazzato via questi espedienti. D’un tratto, i registi potevano vedere il divano sfondato, il tappeto macchiato, la parete scrostata, le tendine dell’Ikea. Potevano sentire il rumore del traffico o il pianto del vicino. E molti di loro, come Shapeero, hanno reagito con quel misto di compassione e disgusto che tradisce l’abitudine a un privilegio che non si è mai messo in discussione. “Poveri piccoli”, ha sospirato il regista, usando un diminutivo che riduce l’attore a un oggetto di carità, a un animaletto da compatire. Non un collega, non un artista, non un professionista che sta facendo il proprio lavoro. Un “povero piccolo”, appunto.
La risposta di Gage, in questo contesto, è stata un capolavoro di intelligenza tattica. Non ha perso tempo a indignarsi, non ha lanciato invettive contro l’ipocrisia del sistema, non ha denunciato il regista per umiliazione. Ha semplicemente detto la verità, con l’onestà disarmante di chi non ha nulla da perdere: “Lo so che è un appartamento di merda. Dammi questo lavoro così posso permettermi uno migliore”. In una frase, ha smontato l’intero castello di bugie su cui si regge l’industria del casting. Ha ammesso pubblicamente ciò che tutti sanno ma nessuno dice: che gli attori fanno i provini perché hanno bisogno di lavorare, e che il lavoro serve a pagare l’affitto, non ad arricchire la propria aura di star. Ha infranto la regola non scritta di Hollywood – non mostrare mai le proprie difficoltà economiche, non ammettere mai di avere bisogno di soldi – e l’ha fatto con un sorriso, trasformando un momento potenzialmente umiliante in un atto di rivendicazione di classe.
La morale della vicenda, se di morale si può parlare, è che Hollywood continua a nutrirsi di un’ipocrisia che danneggia sia gli attori che l’arte stessa. Gli attori, costretti a vivere al di sopra delle proprie possibilità pur di apparire credibili, accumulano debiti e stress che spesso compromettono la loro salute mentale e la loro capacità creativa. L’arte, dal canto suo, perde l’accesso a talenti che non possono permettersi di trasferirsi a Los Angeles o New York, o che devono rinunciare alla carriera dopo anni di precarietà. E i registi, i produttori, i direttori del casting, continuano a vivere nella loro bolla, circondati da assistenti e addetti ai lavori che confermano i loro pregiudizi, senza mai guardare realmente negli occhi chi dalla loro parte dello schermo sta lottando per sopravvivere. Shapeero si è scusato, Gage ha ottenuto il ruolo (in You, la serie Netflix) e da allora la sua carriera ha preso il volo. Ma quanti altri “poveri piccoli” continuano a essere giudicati non per il loro talento, ma per la grandezza del loro soggiorno? Quanti provini finiscono con un clic, un “next”, senza che nessuno si accorga che dall’altra parte c’è una persona in carne e ossa, con le sue bollette da pagare e i suoi sogni da realizzare? Il caso Gage non ha risolto il problema, ma ha almeno avuto il merito di svelarlo. E in un’industria costruita sull’illusione, svelare è già un inizio.
Cesio Endrizzi