
L’episodio,
risalente al novembre del 2020, è stato riesumato in queste ore
dalla stampa internazionale con la forza di un classico istantaneo:
il regista Tristram Shapeero, durante un’audizione su Zoom per una
serie televisiva ancora non specificata, si lascia sfuggire un
commento che avrebbe dovuto restare in privato. “Poor little
things. Living in their tiny little apartments”, sospira, credendo
il microfono disattivato . La “cosa piccola” in questione è
Lukas Gage, attore venticinquenne all’epoca già noto per ruoli
in Euphoria e The White Lotus, che
dall’altra parte dello schermo ascolta tutto e risponde con una
prontezza che è insieme dignità e autodifesa: “Lo so, lo so, è
un appartamento di merda, lo so. Dammi questo lavoro così posso
permettermi un appartamento migliore” . La battuta diventa virale,
Shapeero si scusa pubblicamente, e l’industria di Hollywood si
interroga per qualche giorno sul proprio snobismo di classe. Poi,
come sempre accade, l’indignazione si raffredda, i riflettori si
spostano, e tutto torna come prima.
Eppure, quel
commento – e la reazione che ha suscitato – rivela qualcosa di
profondo e inquietante sulle aspettative che l’industria
dell’intrattenimento riversa sui propri attori, specialmente quelli
alle prime armi o non ancora consacrati dal successo. Non si tratta,
come qualcuno potrebbe obiettare, di semplice maleducazione o di un
episodio isolato di insensibilità. Si tratta, piuttosto, della spia
di un sistema che esige dagli interpreti una finzione che va ben
oltre la prestazione scenica: quella di proiettare l’immagine di un
successo già raggiunto, di una sicurezza economica che giustifichi
la fiducia che produttori e registi sono chiamati a investire in
loro. Hollywood, in altre parole, pretende che l’attore appaia già
ricco prima ancora di essere pagato.
La dinamica, per chi
ha familiarità con i meccanismi del casting, è semplice nella sua
perversità. Gli attori che si presentano ai provini – specie per
ruoli di rilievo – vengono giudicati non solo sulla loro bravura,
ma anche sulla loro “presentabilità”, su quel complesso di
abbigliamento, portamento, sicurezza e, sì, ambiente domestico che
trasmette l’idea di qualcuno che è già a suo agio nel mondo
dorato dello spettacolo. Un attore che vive in un monolocale
condiviso, che guida una macchina vecchia di dieci anni, che non può
permettersi un abito su misura o una sedia da regista con il proprio
nome ricamato, rischia di essere percepito come “poco
professionale”, “poco affidabile”, “non ancora pronto”. E
questa percezione, anche quando è inconsapevole, influisce sulle
decisioni di casting. Non perché registi e produttori siano
necessariamente cattivi – spesso sono semplicemente prigionieri
della stessa bolla – ma perché l’industria ha interiorizzato
l’idea che il talento e il successo vadano di pari passo con un
certo tenore di vita. Se l’attore non sembra ancora ricco, forse
non è ancora abbastanza bravo.
Il paradosso,
naturalmente, è che la stragrande maggioranza degli attori
professionisti – inclusi quelli che compaiono regolarmente in serie
televisive di successo – vive in condizioni economiche precarie.
Secondo i dati della Screen Actors Guild‐AFTRA, il sindacato che
rappresenta circa 160.000 attori, broadcaster e giornalisti, il
reddito mediano di un membro SAG-AFTRA è di circa 35.000 dollari
all’anno, ben al di sotto della soglia di 26.470 dollari che dà
diritto all’assicurazione sanitaria sindacale . Ciò significa che
più della metà degli attori professionisti non guadagna abbastanza
per qualificarsi per il piano sanitario della propria unione, e molti
di loro devono fare affidamento su lavori secondari – camerieri,
baristi, fattorini, insegnanti di recitazione – per arrivare a fine
mese . Eppure, a ogni provino, devono presentarsi come se nulla
fosse: freschi, riposati, abbronzati, con i capelli perfetti e
l’abito giusto. Devono simulare la sicurezza di chi ha già
superato la lotteria di Hollywood, anche se la notte prima hanno
dormito su un divano-letto in un monolocale condiviso con altri due
attori disoccupati.
La pandemia, e il
conseguente passaggio ai provini a distanza via Zoom, ha reso questa
finzione improvvisamente insostenibile. Prima del 2020, l’attore
poteva nascondere la propria precarietà dietro la facciata neutra di
una sala provini affittata per l’occasione, o dietro la macchina
decente noleggiata per l’audizione. Ma il video dal proprio salotto
– o dal proprio angolo di camera – ha spazzato via questi
espedienti. D’un tratto, i registi potevano vedere il divano
sfondato, il tappeto macchiato, la parete scrostata, le tendine
dell’Ikea. Potevano sentire il rumore del traffico o il pianto del
vicino. E molti di loro, come Shapeero, hanno reagito con quel misto
di compassione e disgusto che tradisce l’abitudine a un privilegio
che non si è mai messo in discussione. “Poveri piccoli”, ha
sospirato il regista, usando un diminutivo che riduce l’attore a un
oggetto di carità, a un animaletto da compatire. Non un collega, non
un artista, non un professionista che sta facendo il proprio lavoro.
Un “povero piccolo”, appunto.
La risposta di Gage,
in questo contesto, è stata un capolavoro di intelligenza tattica.
Non ha perso tempo a indignarsi, non ha lanciato invettive contro
l’ipocrisia del sistema, non ha denunciato il regista per
umiliazione. Ha semplicemente detto la verità, con l’onestà
disarmante di chi non ha nulla da perdere: “Lo so che è un
appartamento di merda. Dammi questo lavoro così posso permettermi
uno migliore”. In una frase, ha smontato l’intero castello di
bugie su cui si regge l’industria del casting. Ha ammesso
pubblicamente ciò che tutti sanno ma nessuno dice: che gli attori
fanno i provini perché hanno bisogno di lavorare, e che il lavoro
serve a pagare l’affitto, non ad arricchire la propria aura di
star. Ha infranto la regola non scritta di Hollywood – non mostrare
mai le proprie difficoltà economiche, non ammettere mai di avere
bisogno di soldi – e l’ha fatto con un sorriso, trasformando un
momento potenzialmente umiliante in un atto di rivendicazione di
classe.
La morale della
vicenda, se di morale si può parlare, è che Hollywood continua a
nutrirsi di un’ipocrisia che danneggia sia gli attori che l’arte
stessa. Gli attori, costretti a vivere al di sopra delle proprie
possibilità pur di apparire credibili, accumulano debiti e stress
che spesso compromettono la loro salute mentale e la loro capacità
creativa. L’arte, dal canto suo, perde l’accesso a talenti che
non possono permettersi di trasferirsi a Los Angeles o New York, o
che devono rinunciare alla carriera dopo anni di precarietà. E i
registi, i produttori, i direttori del casting, continuano a vivere
nella loro bolla, circondati da assistenti e addetti ai lavori che
confermano i loro pregiudizi, senza mai guardare realmente negli
occhi chi dalla loro parte dello schermo sta lottando per
sopravvivere. Shapeero si è scusato, Gage ha ottenuto il ruolo
(in You, la serie Netflix) e da allora la sua carriera
ha preso il volo. Ma quanti altri “poveri piccoli” continuano a
essere giudicati non per il loro talento, ma per la grandezza del
loro soggiorno? Quanti provini finiscono con un clic, un “next”,
senza che nessuno si accorga che dall’altra parte c’è una
persona in carne e ossa, con le sue bollette da pagare e i suoi sogni
da realizzare? Il caso Gage non ha risolto il problema, ma ha almeno
avuto il merito di svelarlo. E in un’industria costruita
sull’illusione, svelare è già un inizio.
Cesio Endrizzi