C’è una scena, in ogni film maledetto, che non si vede sullo schermo ma che pesa più di ogni altra. È la scena della convivenza forzata, dell’odio represso, della professionalità che diventa maschera di un’ostilità sorda. Per Intervista col vampiro (1994), quella scena nascosta si chiamava Brad Pitt e Tom Cruise, due poli opposti dello stesso magnete, costretti a condividere l’oscurità dei Pinewood Studios per un inverno intero. Il film, tratto dal romanzo di Anne Rice, è oggi un cult indiscusso del genere gotico. Ma le cronache di quei mesi londinesi raccontano una storia diversa, fatta di lenti a contatto che graffiano la cornea, set senza finestre, e una telefonata da 40 milioni di dollari che Pitt quasi fece.
L’origine della tensione non fu personale, almeno all’inizio. Fu chimica degli stili. Tom Cruise, già star planetaria, affrontava il ruolo del vampiro Lestat con la disciplina di un atleta olimpico: prove infinite, concentrazione assoluta, una dedizione che rasentava l’ossessione. Aveva un peso enorme sulle spalle: la stessa Anne Rice aveva pubblicamente contestato la sua scelta, definendola “inappropriata” e sostenendo che Cruise non avrebbe mai potuto incarnare l’aristocratico decadente della sua immaginazione. Per dimostrare il contrario, Cruise si gettò nel personaggio con una foga competitiva che trasformò ogni giornata di riprese in una gara di resistenza. Brad Pitt, al contrario, arrivava da una formazione più istintiva, votata al “prendere quello che viene”. Per lui, recitare era un mestiere, non una missione. E quella missione, per giunta, si stava rivelando un incubo.
Perché l’incubo, per Pitt, era il set stesso. Intervista col vampiro fu girato nei mesi più bui dell’anno londinese, in studi costruiti per escludere qualsiasi raggio di sole. Pitt doveva interpretare Louis, un vampiro tormentato e malinconico, e la produzione decise di spingerlo allo stremo per ottenere la performance desiderata. Lenti a contatto gialle che gli causavano infezioni ricorrenti, trucco pesante che impiegava ore ad essere applicato, e un’oscurità perenne che presto cominciò a farsi sentire sulla psiche. “Ero in un posto molto buio”, avrebbe raccontato anni dopo. “Non vedevo la luce del giorno per settimane. Ho pensato di impazzire”. Il culmine del malessere fu una telefonata al produttore David Geffen: “Mi faccia uscire da questo film. Le pago io la penale”. La cifra era 40 milioni di dollari. Geffen rifiutò, e Pitt rimase.
La sofferenza di Pitt, però, alimentò involontariamente la rivalità con Cruise. Perché mentre Pitt cercava di sopravvivere, Cruise – con la sua energia inarrestabile e la sua ossessione per il ruolo – sembrava quasi divertirsi. Le due diverse reazioni allo stesso ambiente ostile crearono un cortocircuito: Pitt interpretava Louis, un vampiro che odiava la propria condizione; Cruise interpretava Lestat, un vampiro che invece l’adorava. La vita imitava l’arte, e l’arte restituiva una tensione che altrimenti nessun attore avrebbe potuto fingere. Pitt descrisse Cruise come il “Polo Nord” e se stesso come il “Polo Sud”: due forze ugualmente potenti ma destinate a respingersi.
Dopo le riprese, i due non si sono quasi mai incrociati. Non hanno mai più lavorato insieme. Le interviste successive hanno restituito版本 divergenti della stessa storia: Pitt più disilluso, quasi sarcastico; Cruise più professionale, quasi distaccato. Ma il film, paradossalmente, fu un trionfo. La critica apprezzò la chimica torbida tra i due attori, quella che oggi chiameremmo “enemy chemistry”. Anne Rice stessa ritrattò le sue critiche, definendo Cruise “magnifico” e Pitt “perfetto”.
La lezione, per chi scrive, è che il cinema è fatto anche di questo: di odi silenziosi, di inverni senza sole, di attori che si sopportano a malapena ma che, proprio per questo, regalano allo spettatore qualcosa di autentico. Intervista col vampiro non sarebbe lo stesso film senza quella tensione sotterranea. E il fatto che Pitt e Cruise non si siano mai più parlati, dopo quella stagione londinese, è forse il segno che la magia – anche la più nera – è comunque magia. E come tutte le magie, non può essere ripetuta.
Cesio Endrizzi
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