La domanda se Kevin Costner sia ancora un attore di prima fascia è, a ben guardare, una questione che dice molto più dello stato di salute della sua carriera che dell'evoluzione stessa del concetto di "star system" a Hollywood. La risposta, per quanto brutale, è un secco no, e non perché l'attore, regista e produttore abbia perso il suo talento o il suo carisma, ma perché i meccanismi che regolano il mercato cinematografico sono cambiati, e il suo nome, un tempo garanzia di incassi e di appeal universale, ha perso quella capacità di trainare da solo un film al botteghino che è l'unico vero parametro per definire un'attore di Serie A. Un attore di primo livello, infatti, non è tale per le sue doti recitative, ma per la sua capacità di trasformare un progetto in un evento, di ottenere il via libera dagli studi senza passare dal vaglio delle audizioni, e di essere percepito dal pubblico come una ragione sufficiente per acquistare un biglietto.

Se si guarda alla filmografia di Costner, è evidente che il suo periodo d'oro si sia concluso con la fine degli anni Novanta. Dopo il trionfo di Balla coi lupi (1990), che gli valse l'Oscar come miglior regista e miglior film, e la successiva striscia di successi come Robin Hood - Principe dei ladri (1991) e The Bodyguard (1992), la sua stella ha iniziato a declinare. L'incidente di Waterworld (1995), un kolossal che avrebbe dovuto consacrarlo come il re del blockbuster e che invece si trasformò in un fiasco finanziario, segnò l'inizio di una fase di ridimensionamento. Da allora, Costner ha alternato progetti ambiziosi e sperimentali a ruoli più dimessi, senza mai più ritrovare quella centralità che lo aveva reso, per un decennio, uno dei volti più riconoscibili del cinema mondiale.

Oggi, la sua carriera è quella di un'attrazione di secondo piano, una star minore che brilla più in televisione che sul grande schermo. La serie Yellowstone, che lo ha visto protagonista e produttore, ha rappresentato una rinascita televisiva, ma non ha invertito la tendenza cinematografica. Anzi, il suo burrascoso addio al set, con le polemiche sul suo impegno e le tensioni con lo showrunner Taylor Sheridan, ha contribuito a dipingere un ritratto di un artista che fatica a stare al passo con i ritmi di una produzione moderna, e che non è più in grado di imporre le sue condizioni come un tempo. Lo stesso Costner, che ha sempre rivendicato la sua indipendenza artistica, sembra aver accettato questo nuovo ruolo, dedicandosi a progetti più personali come la saga western Horizon, che però ha avuto una distribuzione limitata e un'accoglienza tiepida, confermando che il suo potere di attrazione non è più quello di un tempo.

In definitiva, la parabola di Kevin Costner è un caso di studio interessante per comprendere la natura effimera del successo a Hollywood. Essere un attore di Serie A non è un titolo onorifico che si detiene a vita, ma una posizione che va riconquistata film dopo film, e che dipende da fattori che vanno oltre il talento, come la capacità di intercettare i gusti del pubblico e di adattarsi ai mutamenti dell'industria. Oggi, il suo nome non è più in grado di ottenere il via libera per un progetto con la stessa facilità di trent'anni fa, e gli studi non possono più contare su di lui come su un assicurato successo al botteghino. Ciò non toglie che Costner resti un interprete di grande valore, un attore capace di regalare performance intense e di dirigere film con una visione autoriale, ma il suo posto nel firmamento di Hollywood è ormai quello di una stella che, pur brillando ancora, ha smesso di essere il punto di riferimento per l'intera costellazione.

Cesio Endrizzi