Nella memoria collettiva degli appassionati di cinema d’azione, c’è un prima e un dopo Arnold Schwarzenegger. Il prima è fatto di muscoli in rilievo, fucili a pompa e frasi icone (“I’ll be back”) scandite con accento austriaco. Il dopo, a cavallo tra la metà degli anni Novanta e i primi Duemila, è una parabola discendente che ha lasciato molti fan interdetti: come è possibile che l’uomo che aveva dominato il botteghino mondiale con Terminator 2, True Lies e il primo film di Batman sia diventato, in pochi anni, un eroe d’azione mediocre, protagonista di pellicole dimenticabili come Eraser e Il sesto giorno? La risposta non è una, ma un intreccio di fattori che vanno dalla saturazione del mercato alla pianificazione politica, dal crollo di un kolossal alle scelte artistiche discutibili. E, soprattutto, alla consapevolezza che Arnold, già milionario e già icona, aveva un altro obiettivo in testa – e non era certo quello di inseguire Bruce Willis o Jean-Claude Van Damme sul gradino più alto del box office.

Il primo elemento, spesso sottovalutato dai critici cinematografici, è che Schwarzenegger già a metà anni Novanta stava preparando la sua candidatura a Governatore della California. Non fu un colpo di fulmine improvviso, ispirato da una serata di malumore contro il sistema: era un progetto pensato, coltivato, preparato con anni di anticipo. Arnold si era sposato con Maria Shriver, nipote di John F. Kennedy, ed era entrato in contatto con l’élite politica repubblicana californiana. Cominciò a moderare i suoi ruoli, ad accettare film meno violenti o più “family friendly” (come Jingle All the Way), a limitare le apparizioni pubbliche legate al cinema per dedicare tempo a eventi politici e fundraising. La recitazione divenne un’attività secondaria, un modo per mantenere viva la popolarità senza però investire l’energia di un tempo. Nessuno, nel 1996, avrebbe scommesso che Arnold sarebbe diventato governatore – ma lui ci stava già lavorando, e i suoi agenti lo sapevano.

Il secondo elemento è puramente finanziario: Schwarzenegger non aveva bisogno di soldi. Questa frase, ripetuta spesso, rischia di diventare un luogo comune, ma nel suo caso è vera. Prima ancora di diventare una star del cinema, Arnold aveva costruito un patrimonio immobiliare notevole (era stato lui stesso, in gioventù, a scoprire l’investimento immobiliare come fonte di reddito), e poi aveva investito in attività come Planet Hollywood, la catena di ristoranti a tema cinema che, nonostante il successo effimero, gli aveva fruttato decine di milioni. Quando si arrivò alla fine degli anni Novanta, Schwarzenegger aveva una ricchezza personale stimata in centinaia di milioni di dollari. Poteva permettersi di dire “no” a progetti mediocri, poteva permettersi di chiedere compensi astronomici (20-30 milioni a film), ma anche di accettare ruoli minori senza che il suo tenore di vita ne risentisse. In altre parole, non aveva più l’urgenza economica che aveva spinto Stallone a continuare a produrre Rocky e Rambo ben oltre la loro data di scadenza naturale. Per Arnold, il cinema era diventato un hobby (ben remunerato, ma pur sempre un hobby), mentre la politica era l’obiettivo serio.

Il punto di svolta simbolica, quello che molti critici indicano come l’inizio della fine, fu The Last Action Hero del 1993. Il film, costato 85 milioni di dollari, ne incassò solo 50 negli Stati Uniti, un flop clamoroso per una star abituata a numeri da capogiro. La pellicola – una parodia del genere action, con dentro citazioni, meta-riferimenti e un protagonista che sa di essere in un film – era troppo intelligente per il pubblico che voleva vedere Arnold spaccare ossa, e troppo violenta per il pubblico che cercava una commedia per famiglie. Rimase in una terra di nessuno, e la critica lo massacrò (anche se col tempo è stato rivalutato come un cult). Per Schwarzenegger, fu un duro colpo: per la prima volta, un suo film con un budget importante non solo non decollava, ma veniva deriso. E, peggio ancora, il progetto avrebbe dovuto lanciare un franchise – un sequel era già stato ipotizzato – che invece morì sul nascere.

Da quel momento, gli studi cominciarono a guardare ad Arnold con meno entusiasmo. Bruce Willis, con Die Hard, aveva dimostrato che si poteva essere eroi d’azione anche senza essere delle montagne di muscoli; Keanu Reeves, con Speed e Matrix, incarnava un nuovo tipo di eroe, più riflessivo e meno monolitico; Nicolas Cage, con The Rock e Con Air, portava una follia controllata che affascinava il pubblico; Jean-Claude Van Damme, Steven Seagal e Wesley Snipes popolavano il mercato diretto in home video con produzioni a basso costo ma altamente redditizie. Il mercato era saturo, e Arnold – che non aveva mai coltivato la sua versatilità di attore – sembrava ormai ripetere sé stesso. Dopo Terminator 2 (1991), il suo ultimo ruolo “cattivo” degno di nota, si era chiuso in una prigione di eroi positivi, imbattibili, sorridenti e un po’ noiosi. Non aveva mai cercato di imitare Tom Hanks o Dustin Hoffman: non c’era mai stato un film drammatico in cui Arnold mostrasse la sua vulnerabilità (se si esclude l’interessante e dimenticato L’uomo della pioggia del 1996, ma era una commedia, non un dramma). La sua arte, se così si può chiamare, era statica – e il pubblico, dopo un decennio di film identici, cominciava a stancarsi.

Così, nel giro di pochi anni, Arnold Schwarzenegger passò dall’essere il re del botteghino a un’attrazione un po’ demodé. True Lies (1994) era ancora un grande successo, ma Eraser (1996), Batman & Robin (1997) e Il sesto giorno (2000) furono delusioni commerciali o critiche, o entrambe. L’ultimo colpo, quello che lo allontanò definitivamente dalle prime pagine dei giornali di spettacolo, fu la campagna per il governatorato della California, vinta nel 2003. Per otto anni, Arnold abbandonò completamente il cinema, salvo qualche cameo o produzione marginale. Quando, nel 2011, tornò a recitare a tempo pieno, il mondo era cambiato: lui era un uomo di settant’anni con un cuore operato, e il pubblico non era più quello degli anni Ottanta. I film di Arnold oggi – The Last Stand, Sabotage, Terminator Genisys – sono prodotti di nostalgia, non eventi epocali. Non fanno più sognare, non dettano la moda, non vincono weekend d’apertura. Sono semplicemente “film con Arnold Schwarzenegger”, e a molti spettatori va bene così.

Arnold, dal canto suo, non sembra avere rimpianti. In più interviste, ha dichiarato di aver scelto la politica perché voleva lasciare un segno nel mondo, non solo incassare assegni. Ha servito due mandati come governatore, ha affrontato la crisi economica della California, ha firmato leggi storiche sul clima. È stato un’esperienza che gli ha cambiato la vita, e che non avrebbe mai potuto fare se avesse continuato a girare film d’azione a ritmo forsennato. Che poi, alla fine, quell’esperienza lo abbia reso una figura più completa e interessante – anche se meno redditizia per gli studi – è un’opinione personale. Ma una cosa è certa: il declino di Arnold Schwarzenegger come star del botteghino non fu un caso, né un incidente di percorso. Fu una scelta consapevole di un uomo che aveva già vinto tutto ciò che c’era da vincere, e che decise di mettere la sua notorietà al servizio di qualcosa che considerava più importante. Il cinema ci perse, la politica ci guadagnò. E Arnold, probabilmente, non tornò indietro nemmeno se glielo avessero chiesto.

Cesio Endrizzi