La domanda è antica quanto la musica stessa, e la risposta – per quanto molti cerchino di aggirarla, addolcirla o mascherarla con teorie sul “dono divino” – è in realtà spietatamente semplice, quasi offensiva nella sua ovvietà. Le persone sono brave a suonare la chitarra perché hanno passato la vita a farlo. Non le ore, non i mesi, non i diecimila esercizi della leggenda metropolitana di Malcolm Gladwell. La vita. Letteralmente: dal risveglio al tramonto, dalla giovinezza alla maturità, fino a quando le dita sanguinano e la schiena duole e la mente vorrebbe dedicarsi ad altro. E invece no. Riprendi la chitarra. Ricominci.


L’aneddoto che hai citato su Jimi Hendrix e Chas Chandler è perfetto non perché sia raro – in realtà è la norma, è la biografia di ogni musicista che abbia mai inciso un disco degno di essere ascoltato – ma perché squarcia il velo di romanticismo che avvolge la figura del “genio”. Hendrix, l’uomo che sembrava suonare con i denti e dietro la schiena, che sembrava aver fatto un patto con il diavolo a un crocevia del Mississippi, era semplicemente un uomo che si svegliava la mattina, prendeva la chitarra e non la mollava più. Scale, scale, scale. Migliaia di volte la stessa sequenza di note, lo stesso movimento delle dita, finché la ripetizione cessa di essere meccanica e diventa respiro, istinto, seconda natura. Non c’è magia. C’è solo sudore. E sangue. E la noia mortale di fare la stessa cosa per l’ottocentoquarantaduesima volta consecutiva, sapendo che l’ottocentoquarantatreesima sarà quella giusta.

Eddie Van Halen, l’altro nome che hai evocato, è forse l’esempio più lampante della fallacia del “talento innato”. Il suo stile – tapping a due mani, armonie artificiali, una velocità esecutiva che ha ridefinito cosa si potesse fare con una chitarra elettrica – sembrava così rivoluzionario da apparire extraterrestre. E invece, il racconto di suo fratello Alex è lì a testimoniare la verità banale: Eddie adolescente che passa le serate a ripetere gli stessi esercizi, mentre gli altri escono, mentre gli altri vivono, mentre gli altri si divertono. Lui no. Lui resta lì, inchiodato alla sedia, con le dita che corrono sulla tastiera come un automa. E quando Alex torna a casa – dopo ore, dopo una notte intera – Eddie è ancora lì. Nella stessa posizione. Con lo stesso sguardo. A fare la stessa cosa. Non c’è segreto. C’è solo una volontà di acciaio che trasforma la noia in ossessione e l’ossessione in genio.

E qui si innesta il punto più sottile, quello che la cultura dell’apparenza e dell’immediatezza – i tutorial su YouTube, i video di trenta secondi, le scorciatoie promesse da guru improvvisati – tende sistematicamente a rimuovere. Il talento naturale esiste, certo. Alcuni nascono con un orecchio più fine, con una coordinazione più sviluppata, con una sensibilità musicale più spiccata. Ma il talento senza disciplina è come un motore senza carburante: può essere il V12 più potente del mondo, ma senza benzina non andrà mai da nessuna parte. E il carburante, nel caso della chitarra (ma in realtà in ogni campo dell’eccellenza umana), si chiama pratica deliberata, ripetizione mirata, capacità di sopportare la frustrazione dell’imperfezione senza cedere alla resa.

La differenza tra un buon chitarrista e un grande chitarrista non è la quantità di talento, ma la capacità di trasformare il talento in abitudine. L’abitudine di esercitarsi quando non se ne ha voglia. L’abitudine di suonare la stessa scala per ore fino a quando le dita si muovono senza il permesso del cervello. L’abitudine di non accontentarsi mai, di cercare sempre quell’imperfezione nascosta, quella nota leggermente fuori tempo, quel bending che poteva essere più espressivo. I grandi non sono quelli che non sbagliano mai. Sono quelli che hanno sbagliato così tante volte, in privato, che in pubblico possono permettersi il lusso di sembrare infallibili.

C’è una frase attribuita a Picasso – anche se probabilmente è apocrifa, e comunque irrilevante perché il concetto resta vero – che suona più o meno così: “Ci sono voluti quattro anni per dipingere come Raffaello, ma una vita per dipingere come un bambino”. La chitarra è l’esatto contrario. Ci vogliono quattro anni per imparare a suonare come un principiante, ma una vita per suonare come un professionista. Perché il principiante si accontenta della correttezza. Il professionista insegue l’espressività, l’originalità, quella nota che non è solo giusta ma è giusta in quel momento, in quella canzone, in quella stanza. E l’espressività non si impara dai manuali. Si impara attraverso migliaia di ore di ascolto, di tentativi, di errori, di correzioni, di nuovi errori. Si impara vivendo dentro la musica, non accostandola come un hobby tra un impegno e l’altro.

Ecco perché molti tentano e pochi riescono. Non perché i pochi siano dei prescelti, ma perché sono disposti a pagare un prezzo che la maggioranza non è disposta a pagare. Il prezzo della solitudine. Il prezzo della noia. Il prezzo del fallimento ripetuto. Il prezzo di vedere gli altri divertirsi mentre tu sei lì, in camera tua, a ripetere la stessa sequenza di note per la millesima volta, sperando che stavolta sia quella buona. È un prezzo altissimo, e non c’è nulla di male a non volerlo pagare. Ma allora non ci si lamenti della propria mediocrità. Non ci si nasconda dietro la scusa del “non ho talento”. Il talento, nella stragrande maggioranza dei casi, è un’invenzione dei perdenti per giustificare la propria mancanza di disciplina.

La buona notizia, se si vuole vedere il bicchiere mezzo pieno, è che il percorso è aperto a tutti. Non serve nascere in una famiglia di musicisti, non serve avere le mani fatte per la chitarra, non serve un dono divino. Serve solo una cosa: alzarsi domani mattina, prendere lo strumento e ricominciare. Scale, scale, scale. Come Jimi. Come Eddie. Come tutti quelli che ce l’hanno fatta. Il resto è chiacchiere.

Cesio Endrizzi