Il tour Steel Wheels (Nord America, 1989) e la sua prosecuzione europea, ribattezzata Urban Jungle (1990), furono un momento di svolta per i Rolling Stones: 115 date complessive, un’impresa finanziaria colossale che stabilì nuovi record per il rock da stadio e che vide la band riconquistare una potenza commerciale che sembrava perduta dopo anni di tensioni interne. Per Jagger e Richards, quell’estenuante macchina da spettacolo era un trionfo, la conferma che i Rolling Stones erano più vivi che mai. Per Wyman, che nel 1990 aveva già superato i cinquanta anni ed era entrato nella band a ventisei, era un calvario. Non era solo l’età a pesargli: il bassista inglese soffriva di una grave aviofobia, una paura folle di volare che trasformava ogni spostamento da un continente all’altro in un supplizio psicologico.
Il culmine di questa stanchezza emerge in un aneddoto rivelatore, raccontato dallo stesso Wyman a FourFourTwo nel 2025. Alla vigilia della finale di FA Cup del 1990 tra Crystal Palace e Manchester United, Wyman, tifoso sfegatato dei primi, si trovava ad Amsterdam con la band per le prove. Biliardo il suo piano? Fingere un mal di denti. “Ho aggravato il problema che avevo a un dente del giudizio per poter tornare a Londra in macchina e andare a vedere la partita”, ha confessato. La scusa funzionò, e Wyman assistette a un emozionante 3-3. Non poté però reiterare l’inganno per il replay perso dalla sua squadra, perché il tour era già ripartito. Quell’episodio è il segnale inequivocabile di un artista che aveva già voltato pagina prima ancora di aver chiuso il libro. Come profetizzò con amara lucidità, non voleva passare altri vent’anni a suonare gli stessi brani composti nei Sessanta.
Quando la notizia della dipartita si fece seria, la reazione dei compagni fu un misto di incredulità e livore, perfettamente in linea con la loro leggendaria arroganza. Keith Richards, il cui attaccamento alla band rasenta l’ossessione, ebbe una reazione viscerale: “Nessuno lascia questa banda a meno che non sia in una bara di legno”, ripeté, riecheggiando la sorte di Brian Jones. Anche Charlie Watts, più pragmatico, cercò di trattenerlo con l’argomento più concreto: “Non te ne andare proprio ora che per la prima volta la grande valanga di soldi si sta abbattendo su di noi”. Mick Jagger, invece, non prese bene l’abbandono. Wyman raccontò in seguito che i primi mesi dopo le dimissioni furono “stressanti” e che Jagger assunse un atteggiamento “viziato”, arrivando a fare dichiarazioni pubbliche pungenti: “Bill ha deciso che non vuole continuare per le ragioni che siano. Non ho idea di quali siano. Chiedete a lui. Ci mancherà, ma non sarà un problema: troveremo qualcuno di bravo”. In privato, fu ancora più sprezzante, liquidando la questione con un “In fondo suono io il basso, non può essere poi così difficile”.
Nonostante il clima teso e il rifiuto di credergli, Wyman non tornò mai indietro, né ha mai rimpianto la scelta. Lasciati gli Stones, si dedicò a una vita lontana dai riflettori abbaglianti, gestendo il suo ristorante londinese “Sticky Fingers” (aperto nel 1989), scrivendo libri (ben sette pubblicati) e dedicandosi a piccoli concerti blues con i suoi Bill Wyman’s Rhythm Kings. Lontano dalla paura dei jet e dalle tensioni da spogliatoio, trovò la sua pace nella terra ferma, e pure sotto di essa: divenne un appassionato cacciatore di relitti e archeologo amatoriale, arrivando persino a brevettare una linea di metal detector a suo nome.
Con il senno di poi, Richards e Jagger non poterono fare a meno di accettare la realtà. Oggi i rapporti si sono distesi in una sorta di “parentela lontana”, come la definisce Wyman: “Ci scambiamo ancora regali di compleanno e di Natale. È una cosa familiare, sociale, non di lavoro, e funziona molto bene”. Jagger gli manda ancora candele profumate, e Richards lo pensa come un compagno di trincea sopravvissuto alla battaglia. Per Bill Wyman, lasciare i Rolling Stones non fu un tradimento, ma l’atto di un uomo che capì che la rockstar non è una prigione a vita. E che a volte la fuga più coraggiosa è quella che si fa a piedi, o in macchina, lungo la strada di casa, per guardare la propria squadra del cuore giocarsi la coppa.
Cesio Endrizzi
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