Parliamo del momento in cui Dave Mustaine, leader dei Megadeth, mise gli occhi su un giovane chitarrista biondo con i capelli cotonati, un’enorme grinta e un vibrato da brivido: “Diamond” Darrell Abbott. L’anno era il 1989. Mustaine aveva appena licenziato Jeff Young e Chuck Behler, e stava cercando di ricostruire la sua band per quello che sarebbe diventato Rust in Peace, uno dei dischi più influenti della storia del metal. Vide in Darrell il chitarrista perfetto. E in un certo senso non si sbagliava.
Ma Darrell pose una condizione, una sola, rigida come l’acciaio delle sue corde. E quella condizione, senza saperlo, Mustaine l’aveva già resa impossibile pochi giorni prima.
Per comprendere appieno la portata di questa storia, bisogna prima calarsi nel clima del 1989. I Megadeth erano reduci dal tour di So Far, So Good... So What!, un album che aveva diviso la critica ma che aveva mostrato lampi di genio assoluto – basti pensare alla cover di Anarchy in the U.K. o alla furia di Into the Lungs of Hell. Tuttavia, Mustaine era insoddisfatto. La formazione non funzionava. Jeff Young, per quanto tecnicamente dotato, non aveva la chimica giusta con Dave. Chuck Behler, dal canto suo, non era il batterista che poteva reggere il confronto con Lars Ulrich o Charlie Benante.
Così Mustaine fece pulizia. Licenziò entrambi e decise di ripartire da zero. Il primo tassello lo trovò in casa: promosse il suo roadie della batteria, Nick Menza, a membro effettivo. Mustaine aveva visto in Menza qualcosa di speciale: potenza, precisione e una fame animalesca. Gli offrì il posto, e Menza accettò. Sembrava una mossa intelligente.
Ma era anche una mossa che, senza saperlo, avrebbe chiuso per sempre la porta a uno dei chitarristi più talentuosi della sua generazione.
Con Menza alla batteria, a Mustaine mancava ancora il chitarrista solista. Aveva bisogno di qualcuno che potesse reggere il confronto con le sue parti ritmiche complesse e che potesse improvvisare assoli memorabili, violenti e melodici al tempo stesso. Iniziò ad ascoltare demo e a fare telefonate.
Fu così che qualcuno gli parlò di una band del Texas, i Pantera. All’epoca, i Pantera erano ancora una formazione underground che suonava un glam metal piuttosto anonimo. Ma c’era qualcosa in quella band che non tornava: il chitarrista. Quello che si faceva chiamare “Diamond” Darrell aveva una forza bruta, un senso del groove e un controllo del manico che non appartenevano a nessun altro. Mustaine rimase folgorato.
Dave raccontò anni dopo: “Sentii il suo modo di suonare e pensai: ‘Questo è il ragazzo. È lui che mi serve.’ Era aggressivo, preciso, aveva un attacco pazzesco. Lo chiamai subito.”
La telefonata tra Mustaine e Darrell ebbe luogo nei primi mesi del 1989. Mustaine fu diretto: voleva Darrell come chitarrista solista dei Megadeth. Sarebbe stato il suo braccio destro, il suo scudiero nelle battaglie thrash metal. Sarebbe entrato nella leggenda.
Darrell era interessato. Era giovane, ambizioso, e l’idea di suonare con una band del calibro dei Megadeth – nonostante le tensioni interne di Mustaine – era allettante. Ma c’era un problema. Anzi, una persona.
Dimebag Darrell – che all’epoca si chiamava ancora Diamond – e suo fratello Vinnie Paul erano più che fratelli. Erano gemelli musicali, due facce della stessa medaglia. Avevano iniziato a suonare insieme da ragazzi, avevano fondato i Pantera insieme, avevano sognato insieme. Per Darrell, l’idea di suonare in una band senza Vinnie Paul era semplicemente inconcepibile.
Non era una questione di ego o di controllo. Era una questione di chimica, di fiducia, di sangue. Sul palco, Dimebag e Vinnie Paul comunicavano senza guardarsi. Il groove di Vinnie era la piattaforma su cui Darrell costruiva i suoi riff impossibili. Insieme avevano sviluppato un linguaggio musicale che nessun altro poteva replicare.
Così Darrell diede la sua risposta a Dave Mustaine: “Vengo con una condizione sola. Voglio mio fratello Vinnie Paul alla batteria.”
Sulla carta, non era una richiesta assurda. I Megadeth avevano bisogno di un batterista: Chuck Behler era appena uscito dalla porta. Perché non prendere Vinnie Paul? Sarebbe stato un colpo doppio, un pacchetto completo di talento, potenza e feeling familiare.
Ma c’era un problema enorme, e si chiamava tempismo.
Senza saperlo, Darrell aveva posto la sua condizione pochi giorni troppo tardi. Dave Mustaine aveva appena dato la sua parola a Nick Menza. Lo aveva promosso da roadie a batterista titolare, gli aveva stretto la mano, aveva fatto progetti con lui. Mustaine, per quanto fosse un leader duro e talvolta spietato, era anche un uomo di parola. Ritirare l’offerta a Menza – che per giunta era già entrato nella band a tutti gli effetti – sarebbe stato un atto di slealtà che sentiva di non potersi permettere.
Mustaine si trovò così in un dilemma impossibile: da un lato aveva la possibilità di ingaggiare forse il chitarrista più talentuoso della sua generazione; dall’altro avrebbe dovuto tradire la fiducia di Menza, che non aveva colpe se non quella di essere arrivato prima.
Alla fine, Dave decise di non ritirare l’offerta a Menza. Disse no a Vinnie Paul. E di conseguenza, perse Dimebag Darrell.
La decisione di Mustaine, per quanto dolorosa, non fu certo un fallimento. Anzi, liberò energie che portarono alla formazione più amata dai fan dei Megadeth. Mustaine continuò la sua ricerca e trovò Marty Friedman, un chitarrista giapponese dal tocco elegante e dalla creatività sconfinata. Con Friedman, Menza alla batteria e David Ellefson al basso, Mustaine entrò in studio e registrò Rust in Peace (1990).
Quell’album non era solo un disco: era un manuale di thrash metal avanzato. Holy Wars... The Punishment Due, Hangar 18, Tornado of Souls – canzoni che ancora oggi vengono studiate nei conservatori immaginari del metal. La formazione di Rust in Peace è unanimemente considerata la migliore della storia dei Megadeth. E Menza, con il suo drumming potente e creativo, ne fu parte fondamentale.
Dall’altra parte, i fratelli Abbott rimasero insieme. E invece di accontentarsi di una carriera minore, decisero di rivoluzionare i Pantera. Abbandonarono definitivamente le radici glam, assunsero Phil Anselmo alla voce e pubblicarono Cowboys from Hell (1990). Lo stesso anno di Rust in Peace. Quell’album ridefinì il groove metal e trasformò Dimebag Darrell in un’icona planetaria della chitarra.
Se Darrell fosse andato nei Megadeth, probabilmente non ci sarebbe mai stato Cowboys from Hell. Non ci sarebbero stati Vulgar Display of Power o Far Beyond Driven. Il groove metal sarebbe nato comunque? Forse sì, ma in una forma diversa.
E senza Vinnie Paul, chi avrebbe suonato la batteria? Mustaine avrebbe dovuto scegliere un altro batterista, e la chimica della band sarebbe stata completamente diversa. Il destino ha voluto che entrambe le strade fossero vincenti.
Dave Mustaine, negli anni, ha più volte ripensato a quella telefonata mancata. In un’intervista ha ammesso: “Se avessi saputo del patto tra i fratelli Abbott prima di offrire il posto a Menza, forse avrei aspettato. Forse la storia sarebbe stata diversa. Ma non posso lamentarmi: abbiamo fatto Rust in Peace con Marty, e quell’album è immortale.”
Dimebag Darrell, dal canto suo, non ha mai espresso rimpianto per quella scelta. Era un uomo leale, e la sua lealtà era per Vinnie Paul e per il pubblico dei Pantera. Sfortunatamente, non ha avuto modo di ripensarci negli ultimi anni: la sua morte tragica sul palco l’8 dicembre 2004 – ucciso da uno squilibrato mentre suonava con i Damageplan – ha chiuso per sempre quel capitolo.
Il “what if” rimane, come una nota fantasma che continua a vibrare. E forse è giusto così. Perché nel metal, le occasioni mancate diventano leggenda. E la leggenda dei fratelli Abbott – uniti in vita, separati solo dalla morte – è molto più potente di qualsiasi ipotetica formazione alternativa dei Megadeth.
Dave Mustaine ebbe la lucidità di capire che non poteva spezzare quel patto di sangue. E forse, in cuor suo, non voleva nemmeno farlo. Perché un Dimebag senza Vinnie Paul non sarebbe stato lo stesso Dimebag che tutti abbiamo amato.
E un Megadeth con Dimebag, per quanto straordinario sulla carta, avrebbe privato il mondo di due capolavori: Rust in Peace e Cowboys from Hell. Alla fine, forse, il destino sapeva quello che faceva.
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