Mentre Brian May e Roger Taylor continuano a viaggiare il mondo sotto il nome dei Queen insieme ad Adam Lambert, e mentre il film Bohemian Rhapsody ha incassato oltre 900 milioni di dollari, Deacon è rimasto invisibile. Non partecipa alle interviste, non rilascia dichiarazioni, non suona più. E, cosa ancora più sorprendente per i fan, non risponde nemmeno alle chiamate di Brian May o Roger Taylor.
Perché un uomo che ha contribuito a scrivere la storia del rock si è cancellato così completamente? La risposta è complessa e dolorosa, e ha un nome e un volto: Freddie Mercury.
Per capire John Deacon, bisogna innanzitutto capire la sua natura. Arrivato nei Queen nel 1971, dopo alcuni cambi di formazione, Deacon era il più giovane e di gran lunga il più riservato. Mentre Mercury si trasformava in un dio pagano sul palco, May scolpiva armonie celesti e Taylor scatenava ritmi da gladiatore, Deacon stava in un angolo, con la testa bassa, il basso Fender Precision e un paio di jeans. Non cercava attenzione. Anzi, la fuggiva.
Per lui, i Queen non erano una missione di vita né un’estensione della sua personalità. Erano, per sua stessa ammissione, un lavoro. Un lavoro che amava, certo, ma pur sempre un lavoro. E come ogni lavoro, aveva bisogno di equilibrio. Quel bilanciamento, per quasi vent’anni, si chiamò Freddie Mercury.
Freddie aveva un dono raro: sapeva leggere le persone. Capiva che John era intensamente introverso, che i riflettori lo bruciavano e che le dinamiche caotiche del mondo rock – le interviste, le pressioni discografiche, le feste infinite – lo rendevano profondamente infelice. Così Freddie costruì un cuscinetto protettivo attorno a lui. In conferenza stampa, se una domanda metteva a disagio Deacon, Mercury interveniva con una battuta o una divagazione. Nei tour, si assicurava che John avesse i suoi spazi. In studio, incoraggiava le sue idee.
Fu proprio grazie a questa protezione che Deacon riuscì a emergere come compositore. Scrisse You’re My Best Friend – dedicata alla moglie Veronica –, Spread Your Wings e naturalmente Another One Bites the Dust, quel groove ipnotico che Michael Jackson amava tanto da spingere Freddie a pubblicarlo come singolo, nonostante i dubbi iniziali della band.
In cambio di quella protezione, John diede a Freddie una lealtà assoluta, silenziosa, incrollabile. Non ci furono mai litigi pubblici, mai gelosie. Era un patto tacito tra due persone che si capivano senza bisogno di molte parole.
Il 24 novembre 1991, quando il mondo apprese della morte di Freddie Mercury a causa di una broncopolmonite complicata dall’AIDS, i Queen persero il loro frontman. Ma John Deacon perse molto di più: perse il suo parafulmine, il suo traduttore sociale, l’unica persona che rendeva sopportabile la macchina della celebrità.
Secondo quanto raccontato da Brian May anni dopo, John era già fragile durante i tour. “Era sensibile allo stress in un modo che noi non capivamo del tutto”, ha detto il chitarrista. “Freddie lo schermava. Quando Freddie non c’era più, quella protezione è scomparsa.”
John Deacon provò a resistere. Nel 1992 partecipò al Freddie Mercury Tribute Concert al Wembley Stadium, suonando con i restanti Queen e una serie di ospiti come Robert Plant, Tony Iommi ed Elton John. Ma chi lo osservò da vicino notò qualcosa: il suo sguardo era perso. Era lì, fisicamente, ma la sua anima era altrove.
Negli anni successivi, si chiuse in studio con May e Taylor per completare le ultime registrazioni vocali lasciate da Freddie. Ne nacque Made in Heaven (1995), un album postumo che Deacon considerò non un nuovo inizio, ma un testamento chiuso. Era il punto finale. E lui lo sapeva.
L’ultima volta che John Deacon salì su un palco fu il 17 gennaio 1997, al Théâtre National de l’Opéra di Parigi. Si trattava della première di un balletto ispirato ai Queen, Ballets de l’Opéra de Paris. May, Taylor e Deacon suonarono The Show Must Go On insieme a Elton John, che cantava al posto di Freddie. Dopo l’esibizione, John posò il basso, lo appoggiò con cura nella custodia e non lo riprese mai più.
Da quel giorno, John Deacon è tornato a essere John Richard Deacon, cittadino privato del sud-ovest di Londra. Vive con la moglie Veronica, che ha sposato nel 1975, ha avuto sei figli, e conduce una vita anonima, lontana da microfoni e flash. I vicini lo descrivono come un uomo gentile che fa la spesa al supermercato, va in bicicletta e a volte frequenta un pub locale senza mai parlare di musica.
Ma la sua fuoriuscita dai Queen non è stata solo un ritiro artistico. È stato un taglio netto, chirurgico, definitivo. Non vuole avere assolutamente nulla a che fare con i Queen. Quando Brian May o Roger Taylor lo hanno chiamato per parlargli di progetti futuri – inclusi i tour con Paul Rodgers prima e Adam Lambert poi – Deacon semplicemente non ha risposto. Ha smesso di rispondere alle telefonate. Ha smesso di partecipare alle riunioni. Non ha fornito spiegazioni, perché per lui la spiegazione era ovvia: senza Freddie, i Queen non esistono.
May ha raccontato in un’intervista a The Guardian: “John ha deciso che era finita. Rispetto la sua decisione, ma fa male. Abbiamo condiviso qualcosa di unico, eppure lui è completamente scomparso. Non voglio nemmeno insistere perché so che gli causerebbe sofferenza.”
C’è però una contraddizione apparente. Pur avendo rifiutato ogni coinvolgimento creativo, John Deacon partecipa ancora attivamente alle decisioni finanziarie dei Queen. Riceve regolarmente la sua quota del 25% dei diritti d’autore – così come May e Taylor – e ha diritto di veto su ogni operazione commerciale che coinvolga il nome e il catalogo della band.
È stato lui, ad esempio, a dover approvare l’uso delle canzoni per Bohemian Rhapsody (2018). E secondo alcune fonti, ha imposto condizioni severe: niente rielaborazioni della musica originale, niente nuove sovraincisioni, e assoluto rispetto del materiale d’archivio. Alla fine ha dato il suo consenso, ma non ha mai messo piede sul set. Non ha partecipato alle proiezioni. Non ha rilasciato dichiarazioni per la promozione.
Per John Deacon, la musica dei Queen è un patrimonio da amministrare, non una ferita da riaprire. Gestire i diritti d’autore è un atto di responsabilità verso Freddie, verso i fan e verso i compagni. Suonare, invece, sarebbe un tradimento della memoria.
Nel rock, molti si sono ritirati per noia, per esaurimento o per problemi di salute. Ma il ritiro di John Deacon ha qualcosa di unico: è una forma di lutto che dura da più di trent’anni. Freddie Mercury era il suo migliore amico, il suo scudo, la sua giustificazione per stare in quel mondo caotico. Quando Freddie morì, per Deacon morì anche l’unico contesto in cui poteva esprimersi senza soffrire.
Brian May e Roger Taylor hanno reagito diversamente: per loro, suonare è una terapia, un modo per tenere vivo Freddie e per continuare a fare ciò che amano. Per John, invece, suonare senza Freddie sarebbe stato come recitare in un film muto con la colonna sonora sbagliata. Preferisce il silenzio.
E così, mentre i Queen continuano a riempire stadi con Adam Lambert – e lo fanno con grande rispetto ed eleganza – John Deacon resta a casa. Ascolta forse i vecchi dischi? Probabilmente no. Guarda i video dei concerti? Nemmeno. Ha messo via tutto, come si mette via una divisa dopo una guerra che ti ha portato via la persona più importante.
John Deacon non è amareggiato. Non è in conflitto con May o Taylor. Semplicemente, per lui, i Queen erano quattro persone, e quando una di quelle quattro è andata via, l’incantesimo si è rotto. La sua scelta non è un’accusa verso chi ha deciso di continuare, ma un atto di coerenza assoluta con se stesso.
Forse, in un’epoca in cui ogni celebrità cerca di restare rilevante a tutti i costi, l’atteggiamento di John Deacon è persino rivoluzionario. Ha avuto tutto: fama, denaro, successo planetario. E ha scelto di lasciarlo andare, non perché lo disprezzasse, ma perché senza la persona che amava era diventato vuoto.
Quando gli chiedono di lui, Brian May dice sempre la stessa cosa: “John è felice. Davvero felice. E questa è l’unica cosa che conta.”
Per un uomo che ha scritto You’re My Best Friend e l’ha dedicata a sua moglie, forse la vera rockstar non è mai stata quella sul palco, ma quella che ha saputo dire basta, posare il basso e tornare a essere semplicemente John. Con i suoi silenzi, le sue passeggiate e il ricordo di Freddie custodito in un luogo dove nessuna telecamera potrà mai raggiungerlo.
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