L'annuncio di Robert Redford al Telluride Film Festival nel 2018 rimane uno dei rari casi in cui una leggenda del cinema ha dichiarato ufficialmente e definitivamente la fine della propria carriera. Un gesto quasi antico in un'industria dove i confini tra carriera attiva e pensionamento si fanno sempre più sfumati.

Perché così pochi dicono "basta"?

Nell'era del cinema moderno, diversi fattori rendono i ritiri ufficiali sempre più rari:

  1. La longevità delle star - Figure come Clint Eastwood (93 anni, ancora regista) o Jane Fonda (86, ancora attiva) ridefiniscono i limiti dell'età lavorativa.

  2. Le piattaforme streaming - Servizi come Netflix, Amazon e Apple offrono ruoli su misura per attori di ogni generazione, spesso in produzioni meno fisicamente impegnative.

  3. Il modello "un film ogni tanto" - Molti veterani adottano un ritmo più blando, come Michael Caine (91 anni) che ha dichiarato di considerare ogni film "l'ultimo", ma senza annunci ufficiali.

Oltre a Redford, pochi hanno tracciato una linea netta:

  • Daniel Day-Lewis (ritiratosi nel 2017 dopo "Il filo nascosto")

  • Gena Rowlands (ritiratasi nel 2014 per problemi di salute)

  • Sean Connery (dopo "La leggenda degli uomini straordinari" nel 2003)

Tuttavia, persino questi ritiri vengono periodicamente messi in discussione dai rumors di Hollywood.

Molto più comune è il modello di Jack Nicholson: non ritiratosi ufficialmente, ma di fatto assente dagli schermi dal 2010. Un pensionamento "de facto" senza dichiarazioni, mantenendo la porta socchiusa per un eventuale ritorno.

Curiosamente, i registi sembrano più propensi a dichiarare la fine della carriera. Oltre a Redford-regista, anche Quentin Tarantino ha annunciato che si ritirerà dopo il suo decimo film, e Steven Soderbergh ha dichiarato più volte ritiri temporanei (poi infranti).

La decisione di Redford fu particolarmente significativa perché:

  • Venne da un attore-icona che poteva ancora scegliere qualsiasi ruolo

  • Coincise con la fondazione del Sundance Institute, permettendogli di concentrarsi sulla formazione delle nuove generazioni

  • Assunse il tono di una conclusione narrativa perfetta: "cavalcare verso il tramonto"

Forse il vero cambiamento è culturale: oggi un attore non si "ritira", ma si trasforma. Redford è diventato mentore e impresario culturale attraverso Sundance. Altri diventano produttori, registi, o si dedicano al teatro e alla formazione.

Nell'epoca in cui ogni contenuto è sempre disponibile su qualche piattaforma, anche gli attori sembrano diventare "evergreen" - sempre presenti nell'immaginario collettivo, anche quando fisicamente lontani dai set. Il concetto stesso di pensionamento cinematografico si evolve, diventando non un addio, ma un cambio di palcoscenico.

La chiusura definitiva di Redford rimane così un gesto quasi romantico, un'ultima scena perfetta in un'industria che preferisce i finali aperti e i possibili sequel.