Da più di due secoli, il romanzo Frankenstein di Mary
Shelley affascina lettori e spettatori con la sua complessità morale
e filosofica. Eppure, nonostante numerose trasposizioni
cinematografiche, Hollywood sembra incapace di restituire pienamente
la visione originale della scrittrice inglese. Il film di Kenneth
Branagh del 1994, pur essendo uno dei più fedeli, rivela le ragioni
profonde per cui adattare Shelley rimane una sfida per l’industria
cinematografica.
Branagh ha mantenuto molti elementi chiave del
romanzo, come l’inquadratura di Walton nell’Artico e il mostro
che osserva la famiglia di Felix imparando a leggere e parlare.
Questi dettagli conservano la struttura e la filosofia originale di
Shelley, in particolare l’idea del mostro come essere sensibile e
istruito, e non solo un semplice antagonista terrificante.
Al tempo stesso, Branagh apporta modifiche che migliorano la
narrativa sullo schermo: la morte della madre di Victor durante il
parto rafforza il peso emotivo dei personaggi, la collaborazione con
lo scienziato Waldman rende più plausibile la creazione del mostro e
la figura di Elizabeth assume un ruolo attivo nella trama. Questi
aggiustamenti rendono la storia più coerente e dinamica per un
pubblico contemporaneo, senza snaturarne l’essenza.
Il problema
principale, tuttavia, è che Frankenstein non è un romanzo
lineare o facile da condensare. La storia alterna riflessioni
filosofiche, lettere, viaggi nell’Artico, tormenti morali e una
lunga gestazione dei conflitti. Trasporre tutto sul grande schermo
significherebbe rischiare un film eccessivamente lungo e lento. Per
questo, Hollywood tende a semplificare, tagliare i passaggi più
contemplativi e accentuare l’azione, creando versioni più
spettacolari ma meno fedeli.
Altri ostacoli riguardano la commercializzazione del mostro. La
cultura pop ha associato Frankenstein a un’immagine
iconica e grottesca, distorcendo il mostro in simbolo di paura più
che di tragedia esistenziale. I produttori spesso privilegiano
effetti speciali e scene d’azione rispetto alla complessità morale
dei personaggi, riducendo la profondità del racconto di Shelley a un
horror convenzionale.
La trasposizione di Branagh è significativa
perché cerca di rispettare la visione originale pur adattandola alle
esigenze cinematografiche. Alcuni momenti, come la citazione finale
dell’Ecclesiaste o il mostro che lamenta “Non mi ha mai dato un
nome”, mostrano una sensibilità verso il testo di Shelley
difficile da trovare in altre versioni. Il film bilancia fedeltà e
narrativa cinematografica, offrendo al pubblico un’esperienza più
completa del romanzo rispetto alla maggior parte delle altre
trasposizioni.
Hollywood non riesce a rendere pienamente
Frankenstein perché la storia originale di Mary Shelley è
complessa, moralmente ambigua e poco compatibile con la struttura
tipica dei blockbuster. Film come quello di Branagh dimostrano che è
possibile avvicinarsi alla visione della scrittrice, mantenendo
intatta l’anima filosofica e tragica del romanzo, ma la tendenza
dell’industria rimane quella di privilegiare spettacolo e
immediatezza. Per chi vuole capire davvero il mostro, la lettura del
libro resta insostituibile, mentre il cinema può offrire solo un
compromesso tra arte e intrattenimento.
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