Esiste una forma di violenza culturale che non lascia lividi visibili, non viene perseguita dal codice penale eppure distrugge carriere, prosciuga dignità, condanna al silenzio persone che hanno dedicato la vita all’arte del racconto. È la violenza dello sguardo che giudica il corpo altrui come fosse un prodotto difettoso, una merce fuori catalogo, un oggetto che ha smarrito la sua funzione estetica. E se esiste un caso emblematico di questa ingiustizia silenziosa, un caso da manuale per chiunque voglia comprendere il rapporto tossico tra celebrità, immagine e malattia, quello è senza dubbio Kathleen Turner. Attrice dalla voce inconfondibilmente roca e sensuale, musa di registi come Coppola e Kasdan, interprete indimenticabile di Brass e Porky's – ma anche, e soprattutto, di Chi ha incastrato Roger Rabbit e Il grande caldo – Turner fu negli anni Ottanta una delle poche presenze femminili in grado di competere con i divi maschi per presenza scenica e autonomia intellettuale. Poi, all’inizio degli anni Novanta, qualcosa si spezzò. Non la sua arte, non la sua volontà, ma il suo corpo. E il corpo, nel giudizio spietato dell’industria dell’intrattenimento e dei suoi corollari mediatici, è tutto.


La cronaca di quegli anni racconta una parabola tanto rapida quanto ingenerosa. L’attrice che aveva incantato Hollywood con la sua bellezza selvatica e la sua sicurezza priva di affettazione comincia a mostrarsi in pubblico con un aspetto fisico radicalmente mutato. Il viso si arrotonda, le forme si fanno più pesanti, l’andatura perde quella disinvoltura felina che era stata uno dei suoi tratti distintivi. I tabloid – e non solo loro – non si pongono domande. Non cercano cause, non interrogano medici, non telefonano agli agenti. Hanno già la loro storia: l’attrice è ingrassata perché non riceve più ruoli, e non riceve più ruoli perché è ingrassata. Un circolo vizioso raccontato come una colpa morale. Si mormora di alcol, di depressione, di abbuffate solitarie. Qualcuno scrive che sta “annegando i propri insuccessi nel cibo e nel vino”. Nessuno, in redazione, si chiede se dietro quel corpo tradito possa esserci una malattia. Perché la malattia non fa notizia, almeno finché non uccide. Il giudizio estetico, invece, vende.

La verità, come spesso accade, era molto più prosaica e molto più tragica. Kathleen Turner soffriva di artrite reumatoide, una patologia autoimmune degenerativa che attacca le articolazioni, provoca infiammazioni croniche, dolori lancinanti e – aspetto che i giornalisti non potevano vedere – una progressiva perdita di funzionalità motoria. Non era il cibo, non era l’alcol, non era la delusione professionale a mutare il suo corpo: erano i cortisonici, erano i farmaci immunosoppressori, era la chemioterapia che all’epoca rappresentava una delle poche opzioni terapeutiche per tentare di rallentare la progressione della malattia. Per otto lunghi anni, l’attrice visse una condizione che definire infernale non è retorica: dolori così intensi da impedirle di girare la testa, di camminare, di tenere in braccio il figlio. Le mani gonfie al punto da non riuscire a impugnare una penna. I piedi talmente tumefatti da rendere impossibile infilare un paio di scarpe. E in mezzo a tutto questo, la chemioterapia che devasta il corpo mentre tenta di salvarlo.

Turner, per temperamento e per pudore – una virtù rara nel mondo dello spettacolo – scelse inizialmente il silenzio. Non voleva che la sua malattia diventasse uno spettacolo. Temeva, con lucidità spietata, che se i produttori avessero saputo della sua artrite reumatoide, nessuno le avrebbe più offerto ruoli. Non perché fosse meno brava, ma perché l’assicurazione sul set sarebbe lievitata, perché i tempi di produzione sarebbero diventati incerti, perché un’attrice che soffre è un’attrice scomoda. Così tacque. E i media, non trovando una spiegazione ufficiale, ne inventarono una. La peggiore possibile: quella della decadenza autoindotta, della volontà che cede, del carattere che si corrompe insieme al corpo. Non una vittima, ma una colpevole. Non una malata, ma una sciatta.

La svolta arrivò dopo quasi un decennio di calvario, quando una nuova terapia – basata su farmaci biologici in grado di bloccare specifiche molecole infiammatorie – permise all’attrice di entrare in remissione. Non una guarigione, perché l’artrite reumatoide non guarisce, ma una condizione di controllo sufficiente a restituirle un’esistenza dignitosa. Kathleen Turner tornò a camminare, a recitare, a scrivere. Nel 2008 pubblicò un’autobiografia intitolata Send Yourself Roses – “Inviatevi rose” – dove finalmente rivelò la verità, raccontò il calvario, nominò i farmaci, descrisse i dolori. E l’opinione pubblica, con quel ritardo morale che la contraddistingue, scoprì di aver giudicato male. Ma le scuse, quando arrivano, arrivano sempre troppo tardi. I ruoli perduti non si riprendono. Le umiliazioni subite non si cancellano.

La storia di Kathleen Turner non è soltanto una vicenda personale, per quanto dolorosa. È uno specchio in cui si riflette l’intero meccanismo di giudizio che la società – e in particolare l’industria culturale – applica ai corpi delle donne. Un uomo che ingrassa può essere un “bon vivant”, un caratterista, persino un attore più autorevole. Una donna che ingrassa è, immediatamente, una che si è lasciata andare. Un uomo che soffre può mostrarsi vulnerabile; una donna che soffre ma non racconta la sua sofferenza secondo i canoni del pathos televisivo viene bollata come capricciosa o autodistruttiva. Turner subì questa ingiustizia doppia: prima quella della malattia, che nessuno aveva scelto; poi quella del racconto altrui, che nessuno aveva autorizzato. E lo fece con una dignità che, a posteriori, appare quasi incredibile. Non denunciò i giornali, non fece causa, non cercò vendetta. Scrisse un libro, poi tornò a recitare. E vinse, a modo suo, perché la sua voce – quella voce inconfondibile – è rimasta.

Oggi, in un’epoca che scopre con ritardo il valore dell’inclusione e la necessità di rappresentare corpi diversi sullo schermo, la parabola di Kathleen Turner dovrebbe essere letta come un monito. Ogni volta che un’attrice compare in pubblico con un fisico non conforme ai canoni, ogni volta che i social media si scatenano su un “prima e dopo”, ogni volta che un commentatore spiega con leggerezza che “si è lasciata andare”, sarebbe bene ricordare che dietro quel corpo c’è una persona, e dietro quella persona c’è una storia che non conosciamo. Forse è solo grasso, come dicono i maligni. Forse è una gravidanza, forse una depressione, forse una tiroide impazzita. O forse, come nel caso di Kathleen Turner, è una malattia autoimmune che distrugge le articolazioni mentre il mondo la guarda e la giudica. E allora la domanda non è: perché quell’attrice è ingrassata? La domanda è: perché chi guarda si sente autorizzato a giudicare?



Cesio Endrizzi