C’è un momento, in ogni dibattito pubblico sulla cancellazione delle opere d’arte in seguito agli scandali personali dei loro autori, che il pensiero razionale si arena sulla costa frastagliata dell’indignazione morale. Bill Cosby, condannato per aggressioni sessuali aggravate e poi scarcerato per vizi procedurali, rappresenta forse il caso più estremo di questa tensione tra opera e autore. Da un lato, “I Robinson” (The Cosby Show) è stato uno dei fenomeni televisivi più positivi e socialmente influenti della storia degli Stati Uniti: per otto stagioni, dal 1984 al 1992, ha mostrato all’America bianca una famiglia afroamericana colta, affettuosa, benestante e ironica, infrangendo decenni di stereotipi razzisti che volevano i neri confinati in ruoli subalterni o criminali. Dall’altro lato, Bill Cosby – il patriarca Cliff Huxtable, il medico amorevole, il padre perfetto – è stato rivelato come un predatore seriale, un uomo che per decenni ha drogato e violentato decine di donne. Come si conciliano queste due verità? Si può ancora amare la famiglia Huxtable senza giustificare Cosby? E chi ha lavorato allo show – attori, sceneggiatori, tecnici – merita di vedere la propria opera sepolta sotto il macigno dei crimini del suo protagonista?

La risposta di Ted Danson, riportata da un testimone in un talk show, è una di quelle rare perle di buon senso che emergono quando un attore smette di recitare e comincia a ragionare. Di fronte ai mugugni del pubblico, Danson non ha cambiato argomento né ha condannato Cosby con facili slogan. Ha invece chiesto un attimo di pausa, e ha ricordato che “quello show ha dato una svolta alla NBC e ha aiutato moltissime persone, sia all’interno che all’esterno della produzione, a intraprendere la carriera e a vivere la propria vita, compresa la mia. Gli altri attori e la troupe non c’entrano nulla con quello che ha fatto e non dovrebbero essere puniti. Vengono puniti, ma non è giusto”. Danson, che non aveva alcun interesse personale a difendere Cosby (non era nel cast della serie), ha toccato il punto dolente della cosiddetta “cancel culture”: l’opera d’arte è un bene collettivo, costruito dal lavoro di centinaia di persone, e distruggerla o rimuoverla dalla circolazione per punire una sola di esse – per quanto colpevole – è un atto di ingiustizia verso gli altri.

La carica rivoluzionaria de “I Robinson” è stata tale che ancora oggi, a quarant’anni di distanza, viene studiata nelle scuole di giornalismo e sociologia come esempio di comunicazione sociale attraverso l’intrattenimento. Prima del 1984, i personaggi neri in televisione erano per lo più bidelli, prostitute, spacciatori o, nel migliore dei casi, poliziotti secondari con battute stereotipate. La famiglia Huxtable, invece, era composta da un ginecologo e da un’avvocatessa, genitori amorevoli di cinque figli intelligenti, che vivevano in una bella casa di Brooklyn, parlavano un inglese colto e discutevano di problemi reali (droga, razzismo, sesso) con ironia e intelligenza. Per milioni di spettatori bianchi, i Robinson furono il primo contatto con una famiglia nera “normale”, abbattendo pregiudizi che nemmeno le lotte per i diritti civili erano riuscite a scalfire del tutto. Per milioni di spettatori neri, furono uno specchio in cui riconoscersi con orgoglio, una prova che si poteva essere di successo senza rinnegare le proprie radici. La serie fu un fenomeno di audience, rimanendo al primo posto per cinque stagioni consecutive, e lanciò le carriere di attori come Phylicia Rashad (Clair Huxtable), Keshia Knight Pulliam (Rudy, la bambina) e Malcolm-Jamal Warner (Theo), oltre a ispirare una generazione di sceneggiatori e registi afroamericani.

Quando, nel 2014-2015, emersero le prime testimonianze decennali delle violenze di Cosby, e poi la condanna nel 2018 (successivamente annullata dalla Corte Suprema della Pennsylvania nel 2021 per un accordo precedente che garantiva l’immunità), il dilemma si impose con brutalità. Molte reti televisive, spaventate dalla reazione del pubblico, sospesero le repliche de “I Robinson” e rimossero la serie dai cataloghi streaming. Alcune librerie rimossero i libri per bambini di Cosby dagli scaffali. E i fans si divisero: chi sosteneva che non si potesse più guardare un episodio senza provare nausea, chi invece continuava a distinguere tra l’attore (o il comico) e l’uomo. In questo dibattito, la voce degli altri membri del cast fu raramente ascoltata. Phylicia Rashad, che interpretava la moglie Clair, è sempre stata fedele a Cosby, definendolo “un uomo buono” e sostenendo che “la giustizia non è stata servita” – una posizione che le ha attirato molte critiche. Altri attori, come Joseph C. Phillips, hanno scelto un approccio più sfumato: condannare le azioni di Cosby ma riconoscere il valore della serie.

L’intervento di Danson, da outsider, ha il merito di spostare l’attenzione dal carnefice alle vittime collaterali: i colleghi che hanno lavorato onestamente e che vedono la loro opera d’arte – e i relativi compensi residui – minacciati dalla cancellazione. Non si tratta di perdonare Cosby né di sminuire le sofferenze delle sue vittime. Si tratta di chiedersi se la punizione debba estendersi a chi non ha colpe, e se l’oblio di un’opera d’arte che ha fatto così tanto bene alla società sia il prezzo giusto da pagare per espiare i crimini del suo creatore.

La risposta, per quanto scomoda, è che l’arte sopravvive all’artista, anche quando l’artista è un mostro. Così come leggiamo ancora Céline nonostante il suo antisemitismo, e ascoltiamo Wagner nonostante il suo uso da parte del regime nazista, così possiamo continuare a guardare “I Robinson” – con la consapevolezza del contesto, con il dolore per le vittime, ma anche con la gratitudine per il progresso sociale che ha portato. Separare l’opera dall’autore non è un atto di complicità, ma un atto di maturità culturale. Significa riconoscere che le opere, una volta consegnate al pubblico, acquistano una vita propria, indipendente dalle intenzioni (e dai crimini) di chi le ha create. E che cancellarle dalla storia non restituisce giustizia alle vittime, ma priva la società di uno strumento di crescita.

Cesio Endrizzi