C’era un tempo in cui Jean-Claude Van Damme, noto anche come “i Muscoli di Bruxelles”, dominava il panorama del cinema d’azione. Erano gli anni ’80 e ’90, e film come Bloodsport, Kickboxer, Universal Soldier e Timecop lo proiettavano al centro della scena come erede naturale dell’action hero muscolare post-Schwarzenegger. Ma oggi, il suo nome evoca più spesso nostalgia che attualità. La domanda sorge dunque spontanea: perché Jean-Claude Van Damme è scomparso da Hollywood?

La risposta, come spesso accade a Hollywood, è multifattoriale. Tre elementi principali spiegano il declino del suo profilo nel mainstream cinematografico statunitense: il progressivo calo degli incassi, problemi personali legati alla dipendenza, e una reputazione professionale difficile da scrollarsi di dosso.

1. Il declino commerciale: quando il botteghino parla chiaro

Il picco commerciale di Van Damme arriva nel 1994 con Timecop, un successo da oltre 100 milioni di dollari al botteghino globale. In un momento in cui gli studios cercavano franchise affidabili e protagonisti carismatici, Van Damme sembrava avere in mano tutte le carte giuste. Ma qualcosa andò storto. Si rifiutò di partecipare a un eventuale sequel, forse per ambizione, forse per divergenze creative, forse per puro capriccio. Qualunque fosse la ragione, la sua traiettoria ne risentì.

I film successivi iniziarono a registrare incassi sempre più modesti. Hollywood, un’industria che si fonda sulla redditività, non perdona la stagnazione. E così, mentre altre star d’azione si reinventavano o si adattavano al mutare del gusto del pubblico, Van Damme scivolava lentamente nel mercato del direct-to-video.

2. Dipendenza e imprevedibilità: la spirale autodistruttiva

Van Damme ha parlato pubblicamente della sua lunga dipendenza dalla cocaina, soprattutto durante gli anni ’90, in un periodo in cui stava costruendo (e compromettendo) la propria carriera. In un’intervista, ammise di consumarne decine di migliaia di dollari a settimana, un’abitudine che lo rendeva instabile, imprevedibile e a tratti aggressivo.

Il problema non era solo la droga, ma l’immagine che questa alimentava. Un attore problematico è un rischio: per i produttori, per i colleghi, per le troupe. In un settore in cui la puntualità, la collaborazione e il rispetto dei budget sono vitali, Van Damme divenne presto sinonimo di complicazioni. Anche dopo aver dichiarato di aver superato la dipendenza, il danno reputazionale era ormai fatto.

3. La reputazione professionale: il marchio d’infamia di “attore difficile”

Essere difficile a Hollywood può essere tollerato – se si è una superstar redditizia. Ma se gli incassi non accompagnano più, la pazienza dell’industria si esaurisce rapidamente. Van Damme fu descritto da registi, produttori e colleghi come arrogante, poco collaborativo e soggetto a scoppi d’ira improvvisi. Persino i membri delle troupe, generalmente restii a esprimere giudizi pubblici, raccontarono aneddoti su comportamenti sgarbati e disorganizzati.

Il risultato fu una progressiva emarginazione. Le major smisero di chiamarlo, e persino nei casting di film d’azione di medio livello il suo nome iniziò a sparire.

Nel 2008, Van Damme stupì critica e pubblico con JCVD, un film semi-autobiografico in cui interpretava una versione stanca e disillusa di sé stesso. Fu una mossa audace e inaspettatamente efficace. Per la prima volta, il mondo vide Van Damme non come un’icona da VHS, ma come un attore capace di introspezione, autoironia e profondità drammatica. La critica applaudì, e la sua reputazione sembrò conoscere una lieve riabilitazione.

Poi arrivò I Mercenari 2 (2012), dove Sylvester Stallone lo volle come antagonista. Una consacrazione tardiva, ma significativa. Van Damme tornò brevemente sotto i riflettori, questa volta come villain elegante e carismatico. Tuttavia, l’onda durò poco. L’età avanzava, il genere si trasformava, e Van Damme preferì rallentare piuttosto che rincorrere l’irraggiungibile.

A 64 anni, Jean-Claude Van Damme rimane un nome amato e riconoscibile. Lavora ancora, talvolta in ruoli secondari, altre volte come protagonista di serie e film prodotti al di fuori del circuito hollywoodiano tradizionale. Ha persino abbracciato con ironia la propria immagine pubblica, partecipando a spot pubblicitari e parodie che giocano sulla nostalgia e sull’autocelebrazione.

In fondo, la sua uscita di scena da Hollywood non è stata un’espulsione, ma un ritiro parziale, voluto o almeno accettato. Van Damme non è stato dimenticato: si è trasformato in leggenda pop. Come tante icone degli anni ’80, non ha bisogno di essere ovunque per restare nei cuori del pubblico. Ma Hollywood, quel mondo feroce e volubile, ha voltato pagina. E Jean-Claude, con la sua inconfondibile scissione tra forza e fragilità, ne è rimasto un ricordo affettuoso.