C’è un momento, nella storia del cinema comico, in cui l’assurdo raggiunge una tale densità filosofica da travalicare la semplice risata per trasformarsi in una dichiarazione di metodo. Quel momento, per chi ha frequentato con devozione la filmografia di Mel Brooks, risponde al nome di Frankenstein Junior – Young Frankenstein nel titolo originale – e in particolare a una sequenza che il regista avrebbe volentieri lasciato sul pavimento della sala di montaggio: il numero musicale su “Puttin’ on the Ritz”. La scena, oggi giustamente celebrata come uno dei vertici della commedia americana del Novecento, non solo sopravvisse all’intenzione autoriale contraria, ma divenne l’emblema stesso del film: un mostro ricucito con un cervello “Abby Normal” – errore di trascrizione per “abnormal”, anomalo – che indossa cilindro e frac e tenta, con le corde vocali di un morto ambulante, di intonare un inno alla raffinatezza della high society newyorkese. Il risultato è un ruggito gutturale, un “Puuuuttin’ onnnn daaa Riiiieeeetz” che non assomiglia a nulla di umano, eppure comunica tutto: l’arroganza della scienza, la vanità dell’educazione, la resistenza della materia alla cultura.
Per comprendere la posta in gioco, occorre tornare al 1974, quando Brooks – già affermato con Per favore, non toccate le vecchiette e Mezzogiorno e mezzo di fuoco – decise di rendere omaggio ai film horror della Universal degli anni Trenta. Non una parodia sghignazzante, come avrebbe potuto tentare un regista meno raffinato, ma una ricostruzione filologica, quasi devota, degli ambienti e delle atmosfere che avevano fatto la fortuna di Boris Karloff e Colin Clive. Brooks e il suo team si spinsero fino a rintracciare le originali apparecchiature di laboratorio costruite da Kenneth Strickfaden per il Frankenstein del 1931. Le bobine di Tesla, gli interruttori a manovella, le vasche di vetro e i manometri: tutto doveva essere autentico, perché l’autenticità dell’ambientazione era la condizione necessaria perché la comica potesse esplodere per contrasto. In questo universo ricostruito con la cura di un museo, l’idea di far ballare il mostro sembrava a Brooks una stonatura, un cedimento alla farsa che avrebbe rotto l’incantesimo. Un mostro che fa tip tap, ragionava il regista, non è spaventoso né tenero: è semplicemente ridicolo nel senso basso del termine, una macchietta da varietà.
Gene Wilder, che oltre a interpretare il dottor Frederick Frankenstein – pronuncia “Fronkensteen” – aveva co-sceneggiato il film con Brooks, la pensava esattamente all’opposto. Wilder, attore dalla vena apparentemente gentile ma dotato di una ferrea logica comica, sosteneva che il numero musicale non fosse una semplice gag isolata, bensì il compimento drammaturgico dell’intera psicologia del protagonista. Il dottor Frankenstein, nipote del celebre Victor, arriva in Transilvania con la presunzione di poter domare la follia ereditata attraverso il metodo scientifico e l’autocontrollo borghese. Si veste con eleganza, parla con distacco, e quando decide di dimostrare ai colleghi della comunità scientifica che il suo mostro non è una bestia senza cervello, non escogita una lezione di bioetica né una dimostrazione di empatia. No: mette il mostro in frac e cilindro e lo fa cantare. È questa, per Wilder, l’essenza della comicità più alta: l’arroganza del civilizzato che crede di poter estrarre la cultura da un corpo riassemblato in laboratorio. Il fatto che il mostro, con il suo cervello “Abby Normal”, riesca a emettere soltanto un borborigmo ritmico non è un fallimento della gag: è la gag stessa. La scienza che si illude di creare l’uomo perfetto e si ritrova un essere che mugola Irving Berlin.
La discussione tra Brooks e Wilder fu, a detta di tutti i presenti, accesissima. Non uno di quegli screzi da camerino che si risolvono con una pacca sulla spalla, ma uno scontro di visioni così profondo da portare Wilder sull’orlo delle lacrime. L’attore, che pure aveva costruito la sua carriera su un’apparente mitezza nevrotica, non era disposto a cedere. Non perché quella scena fosse la sua preferita, non perché contenesse la sua battuta più brillante, ma perché – e questo è il tratto distintivo dei grandi artisti – aveva compreso qualcosa sulla struttura del film che il regista, forse troppo innamorato delle sue atmosfere, non vedeva. Brooks, dal canto suo, aveva il potere di tagliare. Era il suo nome sul poster, era la sua macchina produttiva. Ma di fronte all’intensità della convinzione di Wilder, fece una cosa rara per un autore di successo: si arrese all’argomento migliore. “Se ti batti così tanto per questa cosa”, gli disse, “deve essere giusta”. E la scena rimase.
Oggi, a quasi mezzo secolo di distanza, è difficile immaginare Frankenstein Junior senza quel numero musicale. Le innumerevoli citazioni, i meme, le imitazioni, persino le esecuzioni in concerto – il compositore John Morris ne trasse un arrangiamento per orchestra – hanno consacrato “Puttin’ on the Ritz” come il momento più iconico dell’intero film. Eppure, non è solo la popolarità a rendere giusta la decisione di Wilder. È la coerenza interna: in un film che parla di mostri e dei loro creatori, di eredità familiari e di tentativi falliti di redimere la follia, la scena del tip tap rappresenta il punto di massima tensione tra l’aspirazione umana al controllo – la cultura, l’eleganza, la musica – e la resistenza opaca della materia. Il mostro non canta perché è stupido. Il mostro non canta perché è morto. Il mostro non canta perché ogni tentativo di ridurre la complessità della vita a uno schema coreografico è destinato a fallire. E in questo fallimento, paradossalmente, risiede la sua umanità.
La morale della vicenda, per chi scrive, non riguarda soltanto il cinema. Riguarda il processo creativo in tutte le sue forme: la tensione tra l’intuizione del momento e il progetto complessivo, tra chi vede l’albero e chi vede la foresta, tra la prudenza di chi teme di rompere l’incanto e l’audacia di chi sa che l’incanto, a volte, si rompe proprio per diventare magia. Mel Brooks aveva ragione a temere che un mostro ballerino potesse apparire stonato rispetto all’omaggio ai classici horror. Ma Gene Wilder aveva ragione a credere che proprio quella stonatura fosse la nota più giusta. E così, un cadavere rianimato con un cervello sbagliato, vestito come un dandy di Broadway, continua a insegnarci che l’arte più alta non è quella che non sbaglia mai, ma quella che sbaglia splendidamente, con frac e cilindro, davanti a una comunità scientifica che non sa se ridere o fuggire.
Cesio Endrizzi