Dietro ogni leggenda c’è un uomo che la gestisce, e nel caso di Elvis Presley, quel ruolo spettava a Tom Parker, il Colonnello. Parker non era solo un manager: era un abile imbonitore, capace di trasformare un giovane cantante in un fenomeno mondiale. La sua regola fondamentale era semplice, ma spietata: lasciali sempre affamati.
Non dare mai tutto al pubblico. Un bis, per Parker, significava soddisfare l’uditorio e porre fine al desiderio. Invece, voleva che le persone uscissero dagli stadi con la voglia di più, pronte a comprare il prossimo biglietto, a correre al prossimo spettacolo. Ogni applauso, ogni urlo di entusiasmo doveva alimentare il mito, non placarlo.
Così, alla fine di ogni concerto, Elvis scendeva dal palco senza esitazione, passava per la porta sul retro e saliva in macchina. Nessuna esitazione, nessun ritorno: le urla delle fan, i piedi che battevano, le suppliche disperate — tutto faceva parte dello spettacolo. E allora, dal sistema di altoparlanti risuonava la frase ormai storica: “Elvis has left the building”.
All’inizio, l’annuncio aveva una funzione pratica: riportare il pubblico alla realtà e farlo tornare a casa. Col tempo, però, si trasformò in tradizione, un simbolo del mito Presley, parte integrante dell’esperienza live. Ma dietro ogni urlo, ogni clamore, c’era sempre il Colonnello, che sapeva che il vero potere stava nel desiderio e nel denaro, non nel semplice piacere immediato.
Elvis non faceva bis perché Parker aveva trasformato la musica in un’arte di marketing: la leggenda richiedeva fame, e la fame alimentava il mito.
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