
C’è una sottile
linea che separa l’identità costruita dall’identità ricevuta, e
il cinema hollywoodiano – macchina di sogni e insieme officina di
mistificazioni – l’ha attraversata così spesso da averne fatto
un’abitudine, quasi una regola non scritta. Ma poche storie
illustrano con altrettanta efficacia il paradosso dell’autenticità
nell’industria dell’intrattenimento quanto quella di Victor
Daniels, meglio noto al pubblico come Capo Thundercloud: un attore
che per due decenni, dal 1935 al 1955, interpretò sullo schermo i
guerrieri nativi americani che nella vita reale aveva soltanto
simulato di essere. Alto, moro, dal naso aquilino e dalla corporatura
possente, Thundercloud aveva tutto il physique du rôle per incarnare
il capo indiano da manuale. E a differenza di tanti suoi colleghi
bianchi che si limitavano a indossare la pelle scura e una parrucca
di capelli lunghi, lui portava in scena anche una narrazione: quella
di un’orgogliosa discendenza Creek e Cherokee, di genitori di nome
Dark Cloud e Morning Star, di un’educazione tribale che lo rendeva,
a suo dire, un “aristocratico” tra i suoi simili. Peccato che
nulla, assolutamente nulla, di tutto ciò fosse vero.
Il vero nome
dell’attore era Victor Daniels. Suo padre si chiamava Jesus
Daniels, sua madre Tomaca Daniels, e l’albero genealogico della
famiglia, anziché ramificarsi nelle praterie del Midwest native
american, affondava le radici in una mescolanza prevalentemente
bianca con un’infarinatura di origini latinoamericane. Era proprio
quel tocco latino – forse un avo spagnolo, forse messicano, i
documenti non sono univoci – a regalargli quell’aspetto
“tenebroso” che, abbinato a un abbronzatura studiata e a una
chioma scura tenuta lunga, poteva passare per nativo americano agli
occhi di registi e casting director che, va detto, di nativi
americani veri avevano visto ben pochi. In un’epoca in cui gli
studi cinematografici non si facevano scrupoli a imbiancare la pelle
a attori come Paul Muni per interpretare Émile Zola o a
orientalizzare Rudolph Valentino, il grado di accuratezza etnografica
richiesto per un ruolo da capo indiano era, per usare un eufemismo,
approssimativo. Thundercloud sfruttò questa approssimazione con la
precisione di un orafo.
Ma non è soltanto
la finzione etnica a rendere il caso di Victor Daniels degno di
attenzione. È l’architettura completa della menzogna, l’attenzione
maniacale ai dettagli, la coerenza quasi letteraria con cui l’attore
costruì il proprio personaggio anche fuori dal set. Raccontava di
aver frequentato l’Università dell’Arizona, dove sarebbe stato
ammirato per le sue doti atletiche e in particolare per la sua
abilità nel pugilato. Un particolare, quest’ultimo, che non solo
aggiungeva fascino eroico alla biografia, ma spiegava anche la sua
prestanza fisica e la sua agilità nelle scene d’azione. Peccato
che i registri dell’ateneo non riportino traccia di alcuno studente
di nome Victor Daniels negli anni in cui l’attore sosteneva di
averli frequentati. E peccato anche che i documenti d’epoca non
rivelino tracce di una carriera pugilistica, dilettantistica o
professionistica, che potesse avvalorare la leggenda. Thundercloud
non era mai salito su un ring, se non quello metaforico del set
cinematografico.
Eppure, per
vent’anni nessuno si pose domande. O meglio: nessuno volle porsene.
Il pubblico degli anni Trenta e Quaranta, educato a un’idea
romantica e spesso funerea del nativo americano come nobile selvaggio
in via di estinzione, trovava rassicurante che un uomo dall’aspetto
così marcatamente “indiano” potesse raccontare la propria
presunta storia di orgoglio tribale. Gli studios, dal canto loro,
avevano scarso interesse a verificare le credenziali di un
caratterista che non aveva mai preteso di essere una star di prima
grandezza, ma che riempiva con competenza ruoli di supporto – il
guerriero, il capo, il saggio della tribù – in western e avventure
coloniali. Thundercloud non era un divo, e questo lo proteggeva: più
bassa è la visibilità, meno pressione c’è per la verifica. Se
avesse tentato di diventare il nuovo Johnny Weissmuller, qualcuno
avrebbe forse alzato il sopracciglio. Così, rimanendo nell’ombra
dorata dei comprimari, poté continuare a mentire indisturbato.
La domanda che
questo caso solleva – e che trascende la biografia di un attore di
serie B – è una domanda scomoda: di chi è la colpa, quando una
menzogna identitaria riesce? Di chi mente, o di chi vuole essere
ingannato? Perché nel cinema hollywoodiano dell’epoca, come ancora
oggi in molti comparti dell’industria culturale, esiste una domanda
strutturale di “autenticità di facciata” – qualcuno che
assomigli al personaggio, che parli con l’accento giusto, che abbia
la carnagione adatta – ma esiste anche una straordinaria riluttanza
a verificare se quella somiglianza sia sostanziale o soltanto
accidentale. Victor Daniels assomigliava a ciò che Hollywood pensava
fosse un nativo americano. E poiché l’industria non aveva
interesse a saperne di più, lui non ebbe mai bisogno di rivelare la
verità. In un certo senso, la menzogna non fu soltanto la sua: fu
un’invenzione collettiva, un patto non scritto tra un attore che
voleva lavorare e un sistema che voleva credere.
Ciò che rende la
vicenda particolarmente amara è la consapevolezza che, mentre
Thundercloud impersonava i guerrieri nativi con dignitosa fierezza,
veri attori nativi americani – pochi, malpagati, confinati in ruoli
umilianti o semplicemente esclusi – faticavano a ottenere anche
quelle stesse parti che venivano regolarmente assegnate a bianchi con
la pelle abbronzata o a ispanici con un buon agente. La menzogna di
Victor Daniels non danneggiò solo la verità anagrafica: danneggiò
la comunità che diceva di rappresentare, occupando posti che
avrebbero potuto – e forse dovuto – andare a chi quelle origini
le possedeva davvero. Ma il sistema, si sa, premia chi sa recitare la
parte, non chi ha il certificato di nascita in regola.
Quando Thundercloud
si ritirò dalle scene, a metà degli anni Cinquanta, il segreto era
ancora sostanzialmente intatto. Solo con il tempo e con il lavoro di
alcuni appassionati di storia del cinema la verità venne a galla:
Victor Daniels non era mai stato un capo, non discendeva da alcuna
tribù, non aveva combattuto battaglie sul ring né frequentato aule
universitarie. Era stato semplicemente un attore molto bravo a
interpretare se stesso – un se stesso inventato da capo a piedi. E
in un’industria che da sempre confonde l’essere con l’apparire,
forse questa era l’unica dote veramente necessaria. Il caso
Thundercloud insegna che la celebrità non premia la verità, ma la
coerenza della finzione. E finché la finzione è ben confezionata,
pochi si preoccupano di scartare il pacchetto per vedere cosa
contenga davvero.
Cesio
Endrizzi